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Reazioni alla Lettera alla Fraternità

 

Tracce settembre 2003
Julián Carrón

Professore ordinario di Sacra Scrittura presso la Facoltà di Teologia
San Damaso, Madrid

Carissimo don Giussani, ti faccio sapere l’ultima cosa che mi è venuta in mente rileggendo la Lettera alla Fraternità in occasione della preparazione degli Esercizi del Gruppo Adulto.
« Questo avvertire la presenza è avvertire che il nulla è vinto». Questa citazione di Cornelio Fabro esprime benissimo il significato della lettera: una testimonianza dell’Essere. Che esiste l’Essere, che Dio è tutto in tutto si rende evidente in questa testimonianza, che è una dimostrazione dell’Essere che ci dice: «Sono qui, io sono questo. Quando uno non mi riduce e si lascia toccare dalla realtà di quello che sono io, diventa così». Che imponenza dell’Essere!
Un’astrazione, una cosa virtuale non fa vibrare un uomo così. Non lo cambia così. Occorre l’Essere per spiegare il fatto di questa lettera. Fede: riconoscimento di una Presenza presente.
Per questo attraverso di te - la tua carne - il Mistero dell’Essere sfida il nostro nulla e lo vince. E ci accompagna: «Sono qui. Non abbiate paura del nulla. Come vedete, io sono più potente del nulla».
È per questo, che vediamo accadere in te davanti ai nostri occhi, che possiamo capire cos’è successo alla Madonna. Si parte sempre dal presente. Altrimenti soccombiamo alla nostra immaginazione.
Ho tanta voglia di rivederti per continuare a condividere l’avventura dell’Essere, che in questi ultimi tempi mi si impone con una potenza mai sperimentata prima.
Un forte abbraccio.

Francesco Cossiga
Ex presidente della Repubblica
Nella lettera del 22 giugno 2003 alla Fraternità di Comunione e Liberazione, Luigi Giussani continua nella sua intelligente, non astratta ma pastorale, opera di insegnamento teologico, che parla insieme al cuore e alla mente della trascendenza e della “carnalità” della Rivelazione e della Redenzione, fuori di ogni schema “illuministico” o di devozione pietistica. Così la Maternità di Dio che nello spazio e nel tempo si è realizzata nella maternità di Gesù il Cristo in Maria e ciò che in essa volle significare la proclamazione di questo dogma da parte del Concilio di Nicea: la divinità di Gesù il Cristo non solo nel Gesù Logos, ma anche nel Gesù Uomo, e l’unità delle due nature, divina e umana in una e singola persona umano-divina che lega per l’Eternità l’Eterno al tempo e quindi l’Eterno alla storia, l’Infinito al Finito e che è quindi garanzia di resurrezione dell’uomo nella sua integralità. Solo la verginità di Maria poteva essere unica modalità di incarnazione del Logos. Gesù, se figlio di un unico seme umano e di una donna la cui fertilità fosse legata a una “carnalità” parziale e individua, non avrebbe potuto unire in una sola persona la natura divina del “Logos”, spirituale ed eterna, spiritualizzando ed eternizzando in Cristo una carne che, non frutto di un solo seme, è la “carne” per così dire “universale” dell’umanità, che tutta in Cristo resusciterà gli uomini sulla loro terra, la quale conoscerà in se stessa nuovi cieli, resusciterà gli uomini nel loro tempo e nella loro storia che insieme si dilateranno nell’Eterno. Questo è il senso e il significato della verginità di Maria: un “evento” che non è “verità dei filosofi”, ma evento storico da accettare con la Fede.

Luigi Accattoli
Vaticanista del Corriere della Sera
Leggo le parole forti di don Giussani e vado con la mente ai suoi ottant’anni benedetti. Ne vengono queste riflessioni: egli non finisce - alla sua età - di pensare l’umanità di Cristo e di cercare familiarità con lui; ogni volta che si mette a tale prova, ricerca parole nuove per comunicare quanto ha contemplato; e sempre si offre di accompagnare gli amici per quella strada. Medita, comunica e offre compagnia a chi ascolta. I lettori di Tracce conoscono meglio di me questa pedagogia. Le mie parole di esterno possono aiutarli a rivederla con gli occhi di chi quasi la scopre. In tante pagine di Giussani, e in queste certamente, si avverte il fascino e la fatica di chi pensa a qualcosa che non è stato ancora compiutamente pensato. Per esempio, dove dice che Dio è la misura del desiderio. Si fa provocare all’impresa dai versi di Dante. Ma sappiamo che qualsiasi provocazione gli sarebbe sufficiente, perché egli mai si acquieta nel già pensato. È il suo modo di restare giovane.

Costantino Esposito
Professore di Storia della Filosofia all’Università di Bari
L’essere sembra sia diventato l’ospite più inquietante della filosofia contemporanea. Può apparire paradossale, ma oggi nell’orizzonte del dibattito filosofico sarebbe difficile incontrare qualcuno disposto ad ammettere che la realtà - le cose, gli accadimenti, i fatti: in una parola, l’essere - si possa davvero conoscere. È altrettanto difficile che qualcuno intenda ancora la conoscenza come l’incontro e il contraccolpo che suscita in noi il reale, ciò che semplicemente c’è.
Chi non condividerebbe l’interdetto di Kant, per il quale si conosce solo ciò che si misura (quella che lui chiama l’esperienza), mentre il destino dell’essere sarebbe quello di una pura idea della ragione, un prodotto del pensiero senza alcun rapporto con l’esperienza?
E se è vero che, dopo due secoli, grazie al genio tragico di Heidegger il problema dell’essere è ritornato sulla scena filosofica, esso resta tuttavia definitivamente segnato da una radicale impossibilità a comunicarsi come una presenza incontrabile. È come se noi entrassimo in rapporto con le cose (con noi stessi e con il mondo), nell’esatto momento in cui il loro essere - vale a dire il loro senso e la loro verità - li abbandona e ci abbandona. Ma con questo il rapporto non può che interrompersi, e l’esperienza dell’essere riassorbirsi nei meccanismi concettuali della nostra mente, nella reattività delle nostre emozioni, nelle interpretazioni pregiudiziali della cultura dominante. Ecco, a questo sembra ridursi l’esperienza dell’essere nell’epoca nichilista: a una costruzione culturale.
Ciò che mi colpisce della lettera di don Giussani è che, dentro questo clima, rimette in libertà un’esperienza che crederemmo impossibile, e in ciò avverto un respiro nuovo per il pensiero stesso: non più inteso come il cerchio del già saputo, il gioco di specchi gestito dagli intellettuali, ma come uno sguardo che scopre di continuo ciò che c’è, e domanda sempre su ciò che non conosce, ma anche su quello che ha già cominciato a sapere. La novità è, infatti, l’essere, sempre.
Che il pensiero sia capace di novità, che il finito sia capace di infinito, non nel senso che lo costruisca lui, ma nel senso che possa riceverlo, riconoscerlo e accoglierlo come un dato misterioso: questa è la partita decisiva che Giussani mi invita a giocare da protagonista, come uno che vuole scoprire come stanno le cose, senza sapere a priori il risultato.
L’essere è mistero esattamente perché ci è dato, è dato cioè a qualcuno: è donato. Senza questa scoperta dell’essere i dati reali non sarebbero più sperimentabili; ma senza questi dati il mistero stesso svanirebbe nella sua astrattezza.
Ma se dato e mistero sono uniti sin dall’origine, conoscere il reale significa al fondo domandare dell’essere. Anzi, domandare all’essere stesso che mi raggiunga, che “sia” per me. La conoscenza o è affettiva o non è.

Sadahiro Tomoko
Assistente del Vescovo di Hiroshima (Giappone)
Il mondo buddista cerca armonia. L’io scompare dentro il mare armonioso come una goccia d’acqua: questa frase descrive la nostra cultura. Così viviamo. Una mia amica buddista molto vivace (secondo me il suo senso religioso è vivo) un giorno mi racconta di un’altra amica. C’era una cosa per cui litigare, ma per evitare ciò lei si è fatta umile. Quando io sento questa parola “umiltà”, penso alla Madonna, che nella sua umiltà ha affermato l’altro. L’umiltà della mia amica, invece, viene dal suo sforzo, è moralismo. Anche tra i cristiani tante volte c’è questa posizione moralista per cui bisogna essere bravi. Io sono giapponese, ho dentro di me questa mentalità, a volte cedo, però la compagnia cristiana che ho incontrato nel movimento mi ridesta a vivere di più. Oggi è facile farsi influenzare dai mass-media, anche questo è un annullamento dell’io. Tanti giapponesi non si accorgono di questo.

Marco Politi
Vaticanista de la Repubblica
Qualche riflessione, dettata soprattutto dalle sensazioni dell’animo.
Nel mondo contemporaneo segnato per la prima volta da un’autentica, compiuta universalità è giusto e degno rendersi conto che esiste una pluralità di “eventi” religiosi che hanno mutato profondamente la storia. La predicazione di Maometto, il cammino del Gautama verso l’ascesi hanno messo in moto cuori e destini di centinaia di milioni di persone non per una sola stagione, ma per un succedersi di epoche in una dinamica che dura ancora. Il cristianesimo non vive nel deserto, non opera in mezzo a idoli. Cresce e respira in mezzo a milioni di altri cuori ispirati dalla religione (o dall’etica di una filosofia). Non è cosa di poco conto. Non è tantomeno un invito a relativizzare, omogeneizzare o impastare il tutto nel segno del sincretismo. Al contrario. Forse è il segno di una vitalità della creazione con cui fare i conti e forse anche di un libertà assoluta del divino di lasciare i suoi segni come vuole, dove vuole, quando vuole. L’idea della libertà di Dio, della sua assoluta libertà, è forse un concetto da ripensare in profondità. Da rielaborare senza timori. Da digerire, direi quasi, senza preconcetti. Non è forse vero che nei secoli troppe volte la libertà divina è stata vista soltanto adagiata sui binari posti dagli uomini? Sono riflessioni di un laico, pienamente consapevole che il mistero del divino e la ricerca del divino sono parte imprescindibile del cammino degli uomini e delle donne attraverso la storia. Dunque cosa che riguarda tutti. Di cui tutti sono chiamati ad argomentare nell’agorà del mondo. Che cosa contraddistingue, allora, “l’evento Cristo”? Che cosa lo rende unico rispetto agli altri. Credo quella mirabile carnalità, cui don Giussani fa riferimento riecheggiando stupito i versi di Dante Alighieri. Stupore che investe noi tutti, afferrati dalla potenza del poeta. È questa carnalità così reale, così toccabile, così piena che - parafrasando don Giussani - non solo rende totalmente “il creato accettabile all’uomo, offerto all’uomo” ma al tempo stesso rende il creato totalmente degno di ospitare lo Spirito. Un concetto potente, un motore potente per l’agire in senso religioso e umano. Ma poiché il male fa comunque parte dello svolgersi quotidiano - e agisce, eccome - è necessario che qualsiasi intuizione e afflato spirituali prendano carne anch’essi in un “fare” inserito nella storia, nella cronaca, nel pubblico e nel privato. Sì, la carità a buon diritto può e deve essere considerata l’unica forma della moralità. Non la indicava già Paolo come contrassegno supremo? So bene, credo che sappiamo tutti, come le parole amore e carità siano state logorate da un uso dolciastro che non meritano. Direi allora che la fontana vivace della speranza è affidata per tutti, credenti e diversamente credenti, ad un imperativo esigente: essere umani con ogni essere umano.

Robert Fawcett
Studente protestante di Evansville (Indiana, Usa)
Quando ho letto la lettera di don Giussani, sono rimasto colpito da questo: «La figura della Madonna è il costituirsi della personalità cristiana»! Io guardo alla figura della Madonna nelle Scritture, soprattutto nell’Annunciazione, e vedo che lei liberamente ha scelto di dire sì. La sua scelta non è stata ostacolata da nulla grazie alla Verginità che le è stata donata. Lei ha esercitato la sua piena libertà e di conseguenza ha obbedito. Maria si è trovata di fronte a qualcosa di più grande di lei. E questo incontro ha avuto un riverbero dentro di lei. Maria ha detto ultimamente sì: «Accada di me secondo la Tua parola». Quando dico sì, accetto e seguo, e seguo qualcuno o qualcosa che mi commuove e ha un riverbero dentro di me. Un mio amico di nome Branden Robards mi ha aiutato molto nella vita perché mi ama e prima di tutto ama la mia libertà. Sto con lui perché mi provoca e mi sfida. Seguo quest’uomo esattamente come Maria ha seguito Cristo. La ragione per cui lo seguo è perché gli voglio bene. Sono molto colpito da quest’uomo, lui lavora e oltre a questo fa volontariato, ha una moglie e due figli, tuttavia trova sempre il tempo per me. È un protestante evangelico, non fa parte di Cl, ma vive il carisma di Cl. Come protestante io seguo come guida le Scritture. Maria è un esempio per me. La ritrovo nelle Scritture, ma anche nella mia esperienza riconosco in Lei un esempio di obbedienza. Come cristiano voglio fare del mio meglio per imitare questa obbedienza.

Adrianus Simonis
Arcivescovo di Utrecht, primate d’Olanda
È evidente la profondità del pensiero di pura contemplazione del Mistero che l’ultima lettera di monsignor Giussani alla Fraternità di Cl impone. Non è un commento, ma l’impressione immediatamente a me suggerita dalle parole: sono un inno al nucleo della fede, della fede cattolica, che trova il suo perno nell’Incarnazione. Nella fede dell’Incarnazione, infatti, è tenuto assieme il paradosso, anzi i molteplici paradossi, che solo il fatto storico di Cristo supera. Nel senso che Cristo li abbraccia. Intendo per paradosso un’apparente contraddizione che si pone tra due termini. Il primo paradosso è quello tra l’Essere, che è tutto, e l’apparente nulla della realtà. In tale prospettiva la lettera è mirabile nell’evitare il duplice pericolo di oggi, il nichilismo e il panteismo. Essere e realtà sono, infatti, indisgiungibili, eppure non si confondono. Il secondo paradosso riguarda, direi, la libertà, da sempre così cara a don Giussani. È sorprendente come rinnova la più bella tradizione della Chiesa, che Dio voglia sospendere alla libertà dell’uomo la Sua libertà. Eppure tale legame che il Mistero ha posto permette sia a Dio che alla creatura di affermarsi per quello che sono. Giungerei così alla maternità della Verginità, a Maria madre perché figlia, alla radice del paradosso della fede cattolica. Il più “piccolo” cristiano è la presenza di un “alter Christus”. Lui non si identifica con Cristo eppure Cristo si identifica con lui. Non vuole essere un commento speculativo il mio, ma la prima reazione a un testo che in un modo mirabile per quanto impegnativo obbliga ed esalta la ragione. Pare proprio confermato il compito di monsignor Giussani e dei sempre più numerosi amici: rigenerare il pensiero in forza dell’Evento cristiano. È aperta una strada provvidenziale per liberare la fede dalla sua riduzione a morale. Solo così la Chiesa può tornare a essere un fatto di vita tra e per gli uomini.

Yordanis
Professore scuola superiore (Cuba)
« E giuso, intra i mortali, se’ di speranza fontana vivace». Non c’è niente di più concreto per un popolo appoggiato sul nulla, le cui radici affondano nel nulla che lo sguardo della Madonna (Vergine). Questo è il modello, l’umano, nella sua pienezza. La rivoluzione più grande è questa: accettare l’essere. Vivere la vita come dono amoroso di un Altro, attento a ogni cenno di quello che è “apparente”, seguendo con vivo interesse la realtà e abbracciandola in ogni istante. Un popolo ha bisogno di questo volto (la Madonna), della presenza della Madre che lo porta in braccio, che lo educa e lo accompagna fisicamente. Ha bisogno della Sua presenza nel volto concreto di un amico, perché questa è la modalità: la carne. Per educarci a questo siamo insieme.

John G. Vlarny
Arcivescovo di Portland
(Oregon, Usa)

A La Thuile, in compagnia dei cari amici di Cl, seppure in modo ancora incostante e fragile, ero più consapevole di stare insieme alla Madonna innanzi allo sguardo potente e benigno del Signore.
Come Maria, all’annuncio dell’Angelo, anche io sono stato commosso dall’Infinito e sono rinato nella fede attraverso la misericordia di Dio. Gesù, il Santo Figlio del suo grembo, mi ha raggiunto tramite questa compagnia meravigliosa con il canto, la preghiera, la condivisione. Mi è diventato evidente che Maria ha rispettato la libertà di Dio con l’obbedienza alla Sua chiamata. Noi spesso diciamo «le vie del Signore non sono le nostre vie»: ho pregato che in qualche modo anche la mia vita potesse occuparsi di Dio e degli altri attraverso un abbraccio filiale della Sua via, modellata così meravigliosamente e liberamente da Maria per le persone di ogni età e di ogni luogo.
Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam!

Carlo Caffarra
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
Ho provato la vertigine della libertà leggendo queste righe, che riecheggiano la prima grande pagina mariologica della Tradizione cristiana, quella di Ireneo. La vertigine della libertà, perché queste pagine ne svelano la serietà: quella dell’io che “deve essere continuamente esaltato da una rinascita del reale”. Pagine che possono liberarci da quella pseudo-esaltazione dell’uomo, che seduce colla menzogna di una libertà che pretende di stabilire la verità dell’essere. La verginità nel senso del “cuore indiviso” paolino è la profezia della perfetta libertà. Meditando queste pagine si comprende che la verginità è il simbolo reale della libertà di Maria, che si esalta nell’umiltà della sua obbedienza; che l’obbedienza è la “cifra” della libertà di Maria, che si esprime visibilmente nella sua verginità-maternità: «termine fisso d’eterno consiglio».

Giovanni Ungarelli
Amministratore delegato Editrice Marietti
Carissimo don Giuss, è tanto caldo, ma leggendo e rileggendo la tua lettera alla Fraternità del 22 giugno ogni disagio che disturba il nostro vivere quotidiano passa in secondo piano. L’ho letta molte volte di più del Patriarca e mi sono convinto di trovarmi di fronte a un evento straordinario. Sette punti di grandissima importanza che non puoi lasciare così solo come annunci. Ogni argomento trattato va supportato perché così straordinarie (so di ripetermi) riflessioni vanno da te ampliate per meglio capirne l’importanza. Sono rimasto folgorato dalle poche parole messe tra parentesi sulla Trinità: l’essenza della Trinità sono i tre che si amano; scrivendo questo, in me hai aggiunto mistero al mistero perché prima li dividi (i tre), poi li riunisci nell’amore, in quell’amore infinito che diventa carità.
Don Giuss ancora grazie per tutto quello che mi dai.
Con stima.

John Mc Carthy
Professore di Filosofia alla Catholic University of America di Washington DC
Le parole dei filosofi solitamente ci colpiscono come orribilmente “astratte”, e nello stesso modo la filosofia diventa metafisica. Invece la metafisica ha sempre aspirato a essere la scienza e la ricerca più concreta perché significa non lasciare nulla indietro, nulla che non venga messo in conto. La metafisica cerca di capire tutto quello che c’è, per che cosa c’è precisamente. Questa ambizione sarebbe ridicola o patetica se il filosofo non fosse cosciente dei propri limiti, a partire dal fatto evidente che neanche la sua stessa esistenza, il suo stesso essere è sotto il suo controllo. Quando ho letto per la prima volta la lettera alla Fraternità di don Giussani, confesso che ero ammutolito nella mia incomprensione; dovetti lottare contro la tentazione di giudicarla come eccessivamente astratta piuttosto che mettermi in gioco seriamente con la sua ovvia densità e incisività. Dopo molti tentativi ciò che mi rimane chiaro è quanto lontano io sia dall’aver capito le sue parole, molto meno dall’iniziare a viverle. Ma non sono le mie mancanze che prevalgono quando rileggo la lettera, ciò che più mi colpisce piuttosto è l’umile audacia di don Giussani, o forse meglio la sua umiltà audace. Lui non si preoccupa di usare il linguaggio pretenzioso della metafisica (“essere”, “natura”). E con questa certezza ci parla! Ancora più notevole è la sua identificazione audace di “essere” e “verginità”. Quale filosofo, quale teologo ha mai detto questa cosa? Tuttavia è solo la sua umiltà che gli permette di essere così tenace. Chi se non un bambino pienamente cresciuto può parlare con tale sicurezza (familiarità) delle Vergine Madre e dell’intera creazione? Come secondo pensiero, ciò che continua a commuovermi di più della lettera è lo straordinario spirito di Fraternità che la anima. Perché il suo desiderio di includere ognuno di noi nel suo inno alla Madre di Dio Creatore appare in ogni riga, e di includerci non solo come “oggetti” di questa sua preghiera, ma anche come “soggetti”, cioè come partecipanti pienamente attivi con lui, nel suo lavoro di generazione. Da questo pensiero sono ammutolito una seconda volta, letteralmente, con una gratitudine che non posso esprimere in modo adeguato.

Tracce ottobre 2003
Stanley Hauerwas
Teologo protestante e professore di Etica teologica alla Duke University Divinity School, Durham (Nord Carolina)
La lettera di don Giussani su Maria è un testo molto profondo e commovente. Uno dei problemi più gravi che si pongono a noi protestanti è quello di aver perduto Maria come primogenita della nuova creazione di Dio in Cristo. Io tengo un corso di Teologia morale cattolica frequentato prevalentemente da seminaristi protestanti, e chiudo sempre questo corso citando lo splendido volume di padre Cantalamessa, Maria uno specchio per la Chiesa. I miei studenti trovano questo libro il più interessante e stimolante tra tutti quelli letti durante il corso. E questo perché si rendono conto che la perdita di Maria è stata disastrosa per la nostra vita di cristiani. Perché quando si perde Maria, si perde anche il popolo di Israele come fattore cruciale nell’economia della salvezza divina e come conseguenza si è sempre tentati da cristologie docetistiche*.
Perciò accolgo con gioia le profonde riflessioni di don Giussani su Maria che - come lui giustamente nota - esemplifica l’estasi di speranza che rende cristiano un cristiano.
*Docetismo: eresia dei primi secoli che negava l’umanità di Gesù Cristo.

Adriano Sofri
Giornalista e scrittore
Non farò finta che la lettura di don Giussani mi sia agevole: al contrario. C’è nella sua scrittura, e anche in questa Lettera - così mi sembra - un andamento abbandonato e quasi volubile, senza soggezione a confini già fissati né a economia logica. Naturalmente, don Giussani si muove dentro un alveo e argini robusti per definizione, come quelli che gli vengono dalla fede e dai testi della sua fede. Tuttavia i suoi pensieri scorrono così liberamente da somigliare più a un’acqua che venga giù da una cima prima di convogliarsi in un letto, che non a un canale e nemmeno a un fiume che scorra in piano. La sua predilezione per la poesia, che sia Leopardi o, come qui, Dante, favorisce questa libertà aperta alla divagazione e all’improvvisazione, benché costantemente richiamata a un punto fermo. Mi colpisce, questa licenza dei pensieri, per il contrasto apparente con l’idea di don Giussani come maestro di scuola prima, come ispiratore carismatico di un movimento poi - di una Fraternità, vedo che qui si chiama. Cioè con l’aspettativa di pensieri e propositi schematicamente trasmissibili, mentre questa scrittura - e prima, immagino, la parola: la scrittura di don Giussani ha un andamento molto “parlato”, e immagino anche che chi la legga riconosca la voce viva dell’autore- è tutt’altro che scolastica. Questa distanza dall’intenzione scolastica è animata da una lingua d’amore. Un’altra delle soggezioni di cui don Giussani sembra volersi sbarazzare, o esserne addirittura ignaro per non perdere tempo con ciò che non vale, è la distinzione prudente fra amor sacro e amor profano. Fra amor di Dio - e della sua vergine madre, figlia del suo figlio - e amore del mondo e delle sue persone. Della donna amata di Leopardi. Dev’essere anche questo un modo di accettare l’amor di Dio: «Non opponendovi un proprio metodo». Così riconoscendolo in ogni amore. Forse si può parafrasare don Giussani dicendo che il dramma supremo è che l’Amor di Dio domandi di essere riconosciuto dagli umani. Naturalmente il Dante della Commedia -“per lo cui caldo”...- è il miglior compagno per questo riconoscimento. La mia difficoltà non dipende solo dalla fede che non ho. L’ho avuta, come una lingua madre, dunque continuo a sentirne gli esiti, e posso parlare una lingua comune - sebbene non più esattamente la stessa: ma non ci sono due sole persone al mondo che parlino esattamente la stessa lingua - con chi ce l’ha e se ne fa riempire per intero. Non so perché, ma nella mia memoria la Madonna è sciolta dal mirabile nodo dantesco, Vergine madre, figlia del tuo figlio; figura più come una fanciulla intimidita - come un’Annunziata -, immagine filiale e fonte di sentimenti paterni, più che di madre. “Vergine” ha a che fare con questo, probabilmente: con questo stato illeso e antecedente, impregiudicato, in un mondo gravato dovunque dall’accumulazione di precedenti, di cose fatte, che costringono dentro possibilità strette la libertà. E fanno intuire l’infinito come una eventualità inattingibile oltre il muro di fronte. Forse don Giussani fa della Madonna il suo ostacolo e il suo tramite allo sguardo liberato sull’infinito. Il suo metodo. «La Madonna è il metodo a noi necessario per una familiarità con Cristo». (E da che cosa traeva la Madonna la sua familiarità con Gesù? Le bastava il suo essergli madre? Era un figlio da seguire a una distanza di rispetto, tante volte, e con una specie di paura. Tante madri devono aver provato qualcosa di simile). «Lei - scrive don Giussani - è lo strumento che Dio ha usato per entrare nel cuore dell’uomo». Mi chiedo se l’uso universale del nome “uomo” - per tutti gli umani, uomini e donne- non possa offuscare una differenza nella via seguita dagli uomini, che trovano attraverso la Madonna l’accesso al Padre e al Figlio, come attraverso la tenerezza della madre si accede alla potenza del Padre e alla fraternità del Figlio, e la via seguita dalle donne, che hanno all’amore a Cristo un accesso più immediato e confidente. Non so seguire l’ulteriore corso della riflessione, sullo Spirito e il supremo metodo della libertà di Dio, cui del resto si accompagnano parole come inarrivabile o ineffabile. Riprendo il filo nell’affabile tono finale del primo punto: «Queste cose qui bisogna leggerle anche con umiltà...».
Il secondo punto è incendiario: la grande promessa (sapete che la citazione è diventata anche il titolo del più antico giornale di galera italiano), l’invadenza del desiderio, la provocante sfida. Il potere missionario della parola, che ritorna sui campi della propria terra. È quello che mi era sembrato uno scorrere senza argini, prima di diventare sorgente e ruscello e fiume e canali. Qui l’inondazione non è acqua, è fuoco.
Il terzo punto immagina che ciascuno sia tutto: non pro quota, non come azionista di minoranza, ma come somma e annullamento di tutto. In formule come totus tuus mi sono sempre chiesto se l’interezza cedesse all’abbandono totale. «La totalità dell’impegno della persona», dice il punto di don Giussani. Mi terrei a una distanza di rispetto, come chi si sia bruciato un po’. Rispondereste che quello che importa non è la distanza - né troppo dentro, né troppo in là, nella prudenza che mortifica - ma la natura del fuoco e della luce in cui precipitarsi. Forse. Io inclino a pensare che la questione della distanza abbia una sua ragione, qualunque sia il fuoco. (Naturalmente, dire questo non cambia niente alla vita vera, in cui succede di sprofondare o finire troppo lontano a vicenda, e patire il troppo caldo e il troppo freddo: le pene degli inferni).
Il quarto punto ho l’impressione di capirlo, e di sapere di che cosa si tratti. «L’amore, questa è la grande rivelazione. Perciò tutta la legge morale è definita dal termine carità». “I tre che si amano” non sono altrettanto sicuro di capirli: ma li ho visti, nell’icona della Trinità di Rublëv. E siccome mi piacciono le lingue che conservano il duale, posso immaginare una lingua più arcaica, dunque più ricca, che conservi anche il numero trino.
Il quinto punto tratta della speranza e della grazia. A me non sembra affatto difficile - anzi - vendere tutto quello che si ha e dare il ricavato ai poveri; non mi è mai sembrato difficile. Difficile mi sembra che qualcuno pronunci a buon diritto di nuovo quell’invito. La parola più bella - se una sola dovesse restarne da dire prima della fine- mi sembra quella: «Grazie». Sulle tombe dei cimiteri norvegesi, dove sono i sepolti a salutare i vivi, e non il contrario, c’è scritto così: Takk for alt “Grazie di tutto”.
Gli ultimi punti sono un saluto e una rivelazione dell’animo di chi scrive: gioia addensata come luce sconfinata, l’esplosione intima del fatto di Cristo. Mi rallegro con lei e la saluto fraternamente, don Giussani.

Letizia Moratti
Ministro dell’Istruzione
Questa lettera di monsignor Giussani è una grande testimonianza di umanità. Mi è piaciuto, in particolare, come descrive alcune parole: libertà, desiderio, speranza, amore. Questi temi, infatti, sono oramai considerati dai più come “valori” desiderabili ma lontani, costringendo così la vita reale in un orizzonte privo di significato, e dalla quale pertanto evadere non appena possibile. Monsignor Giussani, invece, in questa lettera ma anche con tutta la sua vita di grande educatore di giovani, dimostra che questi ideali possono diventare concrete fondamenta dell’identità della singole persone e dei loro tentativi di costruzione di una società migliore. Tentativi che definisce - in modo suggestivo - “musica umana” e “coro dell’Infinito”. Il nostro compito di adulti, di genitori, di educatori è aiutare i giovani a trasformare questi “valori” lontani in realtà quotidianamente vissute.

Darío Castrillón Hoyos
Prefetto della Congregazione per il Clero
All’Egregio Professore Jesús Carrascosa, direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione, Roma
Egregio Professore, al ritorno dalle mie vacanze ho trovato la sua lettera dello scorso 30 giugno, con la quale mi inviava una riflessione di don Giussani partecipata a tutti gli iscritti alla Fraternità di Comunione e Liberazione. Realmente, leggendo le riflessioni di don Giussani si resta toccati dalla “bellezza” e dalla “carità” di cui sono ricolme. Certamente voi tutti ne siete i primi e privilegiati destinatari e le sono grato che me ne facciate partecipe. Caro professore, spero che questo “tesoro”, non più certo nascosto, del carisma di don Giussani, possa essere sempre più comunicato - e lei mi comprenderà se dico -, specialmente ai sacerdoti, affinché si sentano sempre più protagonisti di questo affascinante Mistero dell’amore di Dio per l’uomo. La ringrazio per il Suo delicato ricordo e la Sua unione; anche da parte mia vi sento e mi sento vicino a tutti Voi, nella preghiera e nello slancio di testimoniare al mondo la Verità di Cristo Signore, come lo ha fatto e continua a farlo la Vergine Madre! Sempre Suo in Cristo.

José Andrés-Gallego
Professore di Storia Contemporanea e ricercatore del Consejo Superior de Investigación Científica di Madrid
Ci colpisce la pedagogia di don Giussani, che si è impegnato a fare tre cose: primo, esprimersi con un linguaggio nuovo, che non induca a pensare “questo lo abbiamo già sentito”; secondo, dire le cose come proposte che costringano chi legge o ascolta a riflettere dentro di sé e, quindi, a scoprire liberamente che passo debba fare; terzo, non nascondere la difficoltà nel comprendere la parte di verità cristiana che va infinitamente oltre le possibilità di comprensione dell’essere umano. Semplificare le cose, a scapito della loro profondità e, a volte, della verità stessa, è stata una delle principali tentazioni in cui sono caduti certi pastori cattolici durante i secoli di vita della Chiesa. Quello che Huellas (Tracce) ci propone nel numero di luglio-agosto fa parte di questa consegna, così difficile da comprendere, ma di capitale importanza. Si tratta di chiarire il legame tra metafisica e fatto cristiano. Compito iniziato dai primi padri della Chiesa, quando per comprendere l’essere, come somma di perfezione e di purezza, adottarono il metodo dei neoplatonici, a partire da Plotino. Negli ultimi cinquant’anni, non pochi teologi e pastori cattolici hanno difeso (e difendono) l’idea di svincolare il cristianesimo dalla filosofia (e dalla metafisica), con l’ansia di permettere che in tal modo il cristianesimo si “inculturi” nuovamente in qualsiasi cultura. E il risultato è una regressione al fideismo puro, se non addirittura la proposta di un cristianesimo non dogmatico e, quindi, essenzialmente relativo. Si dimentica che anche l’incarnazione originaria del cristianesimo nella cultura ellenistica fa parte della pedagogia dell’Incarnazione, nel senso che fu la realtà concreta in cui Dio volle incarnare il vertice della sua rivelazione e la comprensione del fatto cristiano. Quindi il fatto decisivo di questa ibridazione tra metafisica e cristianesimo consiste nell’esprimere in modo chiarissimo ciò che costituisce il nucleo del Mistero cristiano: la concrezione dell’infinito. O, se vogliamo, la “concrescita” della metafisica nella fisica, quella dell’eterno nel temporale più concreto; perché proprio questo avvenne quando il Verbo si fece carne, e proprio questo rende di nuovo possibile - dopo la comparsa del peccato sulla Terra - la nostra stessa esistenza come esseri assolutamente finiti destinati a essere infinitamente eterni. Il fatto che sia accaduto - cominciato - con la Vergine ha a che fare anche con la relazione tra metafisica e cristianesimo. Ed ecco l’idea di Plotino sull’essere supremo come essere perfetto e puro per antonomasia. Per questo l’Essere è verginità e, allo stesso tempo, è materno, poiché invade e permea la realtà finita nella sua totalità. Il ventre di Maria è il luogo concreto, spaziale e storico in cui ciò succede: dove l’infinito diventa finito, dato che possiede un momento temporale e un luogo spaziale molto concreti e precisi e, per questo, si lega a tutti noi e a tutta la realtà del creato, che è finita, e può redimerla. Così la verginità genera maternità. E ciò non mi viene imposto, ma proposto. La mediazione tra l’Essere e la mia finitezza, perché io non sia annullato davanti a Lui, consiste nella dialettica tra desiderio, mediazione, libertà e amore. La finitezza - un finito aperto all’infinito - implica un desiderio e, in effetti, il desiderio fa parte della mia natura; è ciò che mi spinge incessantemente a cercare. Se non esistesse il desiderio, ci sarebbe soltanto soddisfazione o insoddisfazione fisiologica, senza un io che prendesse coscienza di questa soddisfazione o insoddisfazione. Dunque citare l’io, il desiderio e la coscienza equivale a parlare di libertà. L’Essere non può rispondermi manifestandosi pienamente; se così facesse, mi annienterebbe. La stessa dialettica verginale-materna dell’Essere, di cui parla don Giussani, è già una mediazione. L’Essere si serve di mediatori; mi si è manifestato per la prima volta come brillando di luce propria. Normalmente, lo fa incarnandosi in altro, e noi siamo attratti dalla personalità di quest’ultimo; in occasioni straordinarie, brillando personalmente di quella Luce. E, quando lo troviamo, non ci si impone, ma si offre alla nostra libertà. E questo non accade per caso, ma perché non può essere altrimenti, dal momento che mi chiama per nome - tu - e suscita un desiderio e cerca un mediatore. Nel cristianesimo, la libertà è essenziale. Per questo è drammatico che il cristianesimo si riduca a dogmatismo o bassa morale, a codice di costrizioni dell’intelletto e della volontà. La libertà è essenziale non perché la si dichiari, e niente di più, ma perché è l’unica possibilità di rispondere alla mediazione tra desiderio e infinito. Se non ci fosse, non esisterebbe nemmeno il desiderio; il desiderio comporta la libertà. Ma la libertà è così costitutiva di me stesso che, se dico di sì, non riesco tanto a constatare di trovarmi nella certezza, quanto di essere infinitamente amato. Si impone in tutta la sua efficacia pratica, quotidiana, concreta, la vecchia equazione metafisica tra essere, vero, buono e bello. Tutta questa dinamica non è l’iter di un ricercatore solitario. Noi esseri finiti siamo tutti, reciprocamente, mediatori tra il dubbio e la certezza. Lo siamo anche se non vogliamo esserlo. Quindi, è meglio volerlo. Per noi e per gli altri. Non è un’imposizione, ma parte dell’identificazione tra essere e bontà. Si tratta di una mediazione cui sono portato dall’amore, dal carattere amoroso dell’Essere e pertanto da qualsiasi rapporto con Lui. Ma è una mediazione. Ho la responsabilità di mediare: non nel senso di imporre la mia scoperta dell’Essere, ma di rendermi semplicemente trasparente; non posso, ragionevolmente, pretendere altro. Ma è molto importante - e forse decisivo - per gli altri, oltre che per me stesso. Ho capito bene, don Giussani? La prossima volta, rendimi tutto più facile.

João César das Neves
Docente nella facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Lisbona
Davanti all’Inno alla Vergine di Dante, ho sempre pensato che la risposta più adeguata fosse il silenzio. Silenzio stupito, tanto stupore che è quasi incredulità. Il Dio che compie la follia inaudita di diventare figlio di chi ha creato; la Donna che allo stesso tempo è più umile e più alta di ogni creatura, sono realtà che non meritano altra risposta, se non il silenzio. Silenzio stupito. Ma monsignor Giussani ha rotto questo silenzio e ha commentato questi versi sublimi. Davanti alla risposta di monsignore, penso che la risposta più adeguata sia il silenzio. Silenzio stupito, silenzio quasi incredulo, perché approfondisce ulteriormente quello che mi stupiva, che mi lasciava quasi incredulo per lo stupore. L’Essere che vuol chiedere di essere riconosciuto dalla sua creatura, la Donna che fu l’unica a saper rispondere pienamente a questa domanda, sono realtà che non meritano commenti, ma il silenzio. Silenzio di gioia, la gioia di sapere che, almeno una volta, l’Essere ha trovato qualcuno che corrisponde alla sua creazione. Almeno in lei, la nostra razza ha saputo rispondere all’Essere. Allora, come per la risposta di monsignore, neanch’io ho potuto rimanere in silenzio, perché la domanda era posta proprio a me. Non solo alla Vergine, a Dante, a Giussani l’Essere ha rivolto la richiesta di essere riconosciuto, ma anche alla mia libertà. L’Essere e tutta la Creazione aspettano la stessa risposta. L’Essere e tutta la Creazione sono impazienti davanti al mio silenzio rispetto a quella domanda. Qual è la mia risposta? La carità, unica forma della moralità, come dice Giussani, è la risposta. È proprio questo. Ma come arrivarci? Silenzio, di nuovo silenzio. Per questo, la mia risposta deve essere, come in Dante:
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,/ che qual vuol grazia a te non ricorre,/ sua disianza vuol volar sanz’ali.

Paul J. Griffiths
Professore all’Università di Chicago (Illinois)
La lettera di don Giussani del giugno scorso, “Commossi dall’Infinito”, come tante delle sue opere, trabocca di un’urgenza incontenibile. È straripante di amore per coloro ai quali è indirizzata, e in questo rispecchia l’amore di Dio che sgorga sovrabbondante sulla e attraverso la Beata Vergine. Don Giussani parla della Theotokos, la Madre di Gesù Cristo, e la descrive come colei su cui si fonda la personalità cristiana, come tipo e archetipo di ciò che significa rispondere a Dio come cristiano. E infatti così è. La Chiesa lo ricorda in diversi modi, non ultimo recitando in ogni Vespro il Magnificat, un inno che scaturisce dalle parole di don Giussani. Ma quando ho letto questa lettera mi sono ritrovato a pensare anche alle parole di san Paolo nella sua Prima Lettera ai Corinzi: «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?» (1Cor 4,7). Tutto è dono, immeritato, smisurato, sovrabbondante: il nostro unico scopo come cristiani è quello di adorare il Datore di tutto, e lo possiamo fare solo accettando il dono - della vita, dell’intelligenza, dell’amore, della bellezza - e restituendolo al suo creatore.
Le parole di Dante, che descrivono Maria come termine fisso d’eterno consiglio, si intrecciano entro la lettera di don Giussani, e riassumono mirabilmente il significato del riconoscere pienamente il dono; il poema di Dante trova adeguata integrazione nell’aforisma agostiniano Non solum non peccemus adorando, sed peccemus non adorando (In Ps. 98,9; PL 37, 1264, ndt) - non solo evitiamo il peccato adorando, ma pecchiamo anche non adorando. Don Giussani ci ricorda costantemente questa verità, e così facendo ci offre una bella e vera (non c’è differenza naturalmente, poiché verità e bellezza sono concetti “convertibili”, cioè coincidenti) riaffermazione dell’autentica essenza del cristianesimo. E io gli sono grato per questo.

Tracce novembre 2003
Suor Chiara Piccinini
Monaca trappista in Venezuela
Stiamo approfondendo insieme la lettera del Gius alla Fraternità. Immediatamente abbiamo intuito la profetica profondità: riusciamo a intuire, ma non a capire. Questa lettera non è un insegnamento, ma un avvenimento! Ci siamo così riunite per capire il pensiero del Gius, ma ci siamo arenate a un punto in cui vorremo che il Gius ci desse una spiegazione. Qui di seguito c’è la sintesi delle nostre riflessioni, seguendo il testo (ci piacerebbe essere corrette, completate, illuminate di più). a) L’inno alla Vergine…: capacità dell’uomo di contemplare il reale, e se contempla il reale si incontra inevitabilmente con il “focus” del reale: Dio, il Mistero. b) La figura della Madonna è il costituirsi della personalità cristiana: Dio è l’Essere: io esisto perché sono costantemente respirato dall’Essere come fatto creatore e fatto salvifico. L’Essere crea in continuazione, in una dinamica di creazione e ricreazione. Quindi “rinascita del reale” come adesione al fatto che l’uomo è costantemente esaltato perché Dio crea e redime incessantemente, e questo nella Madonna è una commozione infinita: Lei è una tensione continua all’infinito, è spalancata all’Essere, all’infinito, è Destino compiuto. c) Il principio fondamentale del cristianesimo è la libertà: il punto di infinito che Dio ha situato nell’uomo è la libertà. E quello che è bello è che questo punto di infinito l’uomo lo scopre nel limite. L’uomo anche quando pecca può sempre superare il peccato, la caduta. Non c’è limite che lo definisca. Fondamentalmente è sempre libero perché la libertà è il punto di infinito che Dio ha posto nella sua creatura. d) La libertà dell’uomo è la salvezza dell’uomo: questa è una definizione teologica di altissimo livello. La libertà non è l’autonomia. «La libertà è la salvezza». Questo significa che l’uomo realizza compiutamente la sua libertà solo nella fede. e) La Madonna ha rispettato la libertà di Dio: noi non rispettiamo la libertà di Dio quando pecchiamo; peccato inteso come ciò che impedisce alla libertà di Dio di comunicarsi all’uomo, impedisce l’Essere nella sua coestensione generativa. Dio non comunica qualcosa, comunica Se stesso. Il peccato è quindi la non accettazione dell’Essere. Quel «ne ha salvato la libertà» è bellissimo. La Madonna è entrata nel modo di Essere di Dio, nel suo metodo, perché pura trasparenza, pura disponibilità, per questo pura obbedienza alla Sua volontà, quindi infinito rispetto e spazio della libertà di Dio. f) Si coestende…: il «coestende» implica, suppone il movimento Trinitario che arriva a toccare tutto. L’Amore Trinitario si comunica, il creato è la Sua coestensione, quindi io sono dentro questo movimento di coestensione trinitaria che mi costituisce: appartengo alla Trinità! g) Per questo la verginità...: la Trinità è essenziale verginità. Non esiste altra forma di verginità se non l’Essenza stessa di Dio: l’eterna Verginità è la Trinità infinitamente, eternamente feconda. La verginità, quindi, è la verità dell’Essere, della sua coestensione, della sua comunicazione totale. Vergine è colui che si apre all’obbedienza radicale, all’invasione dell’Essere, senza opporre altri piani soggettivi. Maria è inserita pienamente nell’Essere di Dio, nella Sua natura: ne è l’immagine, ne è lo splendore. Maria appartiene integralmente all’eterna verginità dell’Essere. Ed è Madre: dall’eterna Verginità... la verginità della maternità. La verginità è sempre feconda, essendo la coestensione della natura stessa della Trinità, forza generativa che dà vita. «È maternità la verginità». L’Essere è assoluta verginità, cioè Realtà totalmente libera, pura, espropriata, e la maternità ne è la comunicazione. Perciò la maternità non toglie nulla a questa natura (!), ma la comunica (le parole «il calore della verginità» sono bellissime). h) La Madonna è il metodo a noi necessario...: non si tratta di un metodo, ma è il metodo, la via per eccellenza. La domanda che abbiamo in cuore, si riferisce alla frase che viene poco dopo. «Il Mistero dal quale procede, nel quale viene mantenuto e si esaurirà il creato, è la Madonna». Non riusciamo a comprendere cosa vuole dire.Intuiamo che ci sono dimensioni profonde e profetiche, ma nello stesso tempo ci sono implicazioni teologiche inspiegabili. Come interpretare questa affermazione? Cosa lui vuole dirci? Un abbraccio da tutte noi della Trappa di Humocaro. « Il Mistero dal quale procede, nel quale viene mantenuto e si esaurirà il creato, è la Madonna», perché è nella Madonna che il Mistero diventa esperienza umana storica. Grazie a voi don Giussani

Bruno Tolentino
Poeta brasiliano
Nella misura in cui il pensiero di Luigi Giussani si approfondisce, la grazia lo conduce sempre più in direzione del centro vivo, di quel nervo esposto nel centro stesso del mistero dell’Incarnazione; dunque non c’è da stupirsi che negli ultimi tempi la meditazione giussaniana si sia rivolta con crescente insistenza alla contemplazione del ventre abissale della Vergine Madre. Nella Lettera dello scorso 22 giugno inviata alla Fraternità di Comunione e Liberazione, questo sguardo contemplativo ci arricchisce di molti aspetti nuovi, ma soprattutto tocca in modo commovente la questione fondamentale della realtà in quanto creatura, come cosa creata che è. Non sembrerà molto a uno sguardo superficiale, ma questa articolazione di libertà e dipendenza, mistero centrato nella persona di Maria, di fatto ci riconforta con una delle più semplici percezioni offerte all’anima cristiana: ci conforta qui il fatto di percepire che nella persona della Madre di Dio non onoriamo appena quella tanto negata Maria Theotokos, ma lo stesso vincolo dell’umano e del divino, dell’eterno che entra nel temporale. E qui monsignor Giussani ci ricorda che se Maria non avesse «rispettato la libertà di Dio», le sarebbe restata la sola alternativa di «opporGli un suo metodo». Questo punto è fondamentale per comprendere sia cosa sia la peste dell’ideologia, sia ciò che è la nostra libertà, in quanto cosa creata: tutte le singole tentazioni creaturali di supporre e proporre alternative alla libertà divina - libertà che, secondo monsignor Giussani, dipende eminentemente dalla nostra -, tutte le nostre tendenze che mirano a contrastare il piano di Dio su ciascuno di noi per “perfezionarlo”, tutta l’agitazione mentale senza radici nel reale, semplicemente non hanno possibilità di affermare “realtà” alcuna; al contrario, può accadere solo la tragedia prometeica dell’orgoglio ribelle, dell’arrogante rifiuto, della non-cooperazione. Fin qui non c’è nulla di nuovo nel messaggio del sacerdote milanese: lo sappiamo fin da Eschilo che parla per bocca di Ermes; questi, nell’ultimo atto del Prometeo, dice all’infelice incatenato alla roccia, udendolo rinnovare l’odio verso tutti gli dei: «Mi sembri prigioniero di non poca pazzia...». Ora la novità sta nell’insistenza, questa sì, eminentemente giussaniana, del vincolo naturale, da un lato, tra realtà e libertà, e, dall’altro, tra la creazione sapienziale dell’uomo nuovo e il benefico sì della Madre di Dio. Così, lasciandosi attrarre sempre più dal vivo magnete dell’insondabile mistero mariano, nello stesso tempo ombelico e culla della Chiesa, la riflessione di Giussani ci conduce dal particolare all’essenziale, tornando all’essere; dunque un ritorno all’essere particolarizzato dal sangue vivificante che il bambino Gesù ricevette da Sua madre, e da lei sola, quello stesso sangue che, in quanto Salvatore, Egli spargerà sulla Croce per ciascuno di noi. Sacrificio trascendente, ma sangue reale, e reale nella realtà dolorosa e tangibile di ogni goccia, ognuna delle quali ricevuta da lei, dalla Vergine Madre, Figlia di suo Figlio... Preghiamo: Infondi, Signore, la Tua grazia nei nostri cuori e la Tua luce sempre più particolare nel cuore di monsignor Giussani, Tuo servo e nostro fratello per dono del sangue, lo stesso sangue, quello dell’Agnello e di Maria...

Padre Thierry de Roucy
Fondatore di Points-Coeur
Da decenni don Giussani è colui il cui cuore e il cui spirito non cessano di muoversi nello spazio del Mistero. E quanto più Lo contempla, tanto più è «profondamente commosso dall’Infinito», e affascinato dalla Misericordia resasi manifesta nell’economia della salvezza attraverso «la personalità della madre di Cristo». A poco a poco a lui si svelano anche i legami che esistono tra ciò che può apparire antinomico, diametralmente opposto, paradossale (come la verginità e la maternità, l’assurdo e il mistero). In questa ricomposizione all’unità risiede probabilmente l’incredibile e affascinante logica della Gloria di Dio. Di questo stupore, come di un segreto, don Giussani ci rende partecipi in testi incredibilmente sintetici, di una tale densità che occorrerebbero pagine e pagine per commentare la metà delle sue affermazioni. E tuttavia questi testi non devono scoraggiarci, né impaurirci: sono un invito a intraprendere lo stesso suo cammino, a mendicare dal Signore che ci conceda di fare la stessa esperienza che ha donato di vivere a lui. La lettera del 22 giugno, in questo senso, è caratteristica del metodo attuale di don Giussani: è una serie di svelamenti e di sintesi del Mistero. Si potrebbe descrivere come un ventaglio che si apre e si ripiega improvvisamente, come per timore che ciò che ci viene rivelato sia troppo grande, troppo luminoso. Su questo ventaglio è dipinto come un grande affresco, del quale noi percepiamo, di volta in volta, qualche dettaglio che inevitabilmente si riallaccia al Tutto. Questo grande affresco rappresenta, senza dubbio, il mistero della misericordia di Dio, il mistero della libertà divina e della libertà umana, che sono come condensate, mirabilmente espresse nel destino della Vergine Maria. E siccome lo Spirito Santo ha potuto suscitare in Lei «la Parola, il disegno che l’ha [perfettamente] definita», don Giussani propone a ciascuno la Vergine come «il metodo a noi necessario per una familiarità con Cristo», la riconosce come sorgente di ogni fecondità. Il suo ruolo è «decisivo, chiarificatore per il carisma che la Chiesa ha riconosciuto come origine del nostro cammino». La madre di Cristo, pienamente libera, e come tale pienamente abitata, penetrata dalla salvezza, è come abbracciata dalla carità divina nella quale si compie tutta la legge morale. Per la Chiesa, quindi per tutta l’umanità, è dunque la fonte di una «inestinguibile speranza», che ella fa passare come «luce negli occhi», «ardenza nel cuore», suscitando in ciascuno che la contempli «l’estasi della speranza». Sul suo viso, nel quale risplende «l’intensità della bontà creatrice» appare il senso del nostro destino: noi siamo fatti eterni perché la libertà che ci è stata donata fa entrare da subito “l’infinitezza” dentro la nostra “finitezza”. Essa fa nascere in noi una gioia - la sua gioia - che ci dona di alzarci ogni mattina «per una esplosione in se stessi del fatto di Cristo». Davvero la Madre di Cristo è la Madre di tutti i viventi.

Nikolaus Lobkowicz
Direttore del Centro studi sull’Europa dell’Est e sulla Mitteleuropa, già Rettore dell’Università di Eichstätt
Nonostante Chiara mi abbia dato anche il testo originale in italiano, non mi ritengo per nulla sicuro di aver pienamente compreso questo commovente testo di don Giussani. D’altronde non mi è stato tanto domandato questo, quanto piuttosto di dare un contributo per una sua più profonda comprensione a partire dalla mia esperienza di fede. Sicché desidero provare a esprimere qualcosa su una lettera che - e avvedersi di ciò è già un passo importante per la sua comprensione - in realtà è un inno, come ne conosciamo dagli antichi, per esempio in Plotino, e che ci è familiare dal “balbettio” dei mistici cristiani. La grandiosità di questo testo è che restituisce all’Essere quella dimensione che ad esso - o, più propriamente, a Lui - è propria. Nella nostra esperienza quotidiana sono osservabili molti enti diversi, quasi tutti corporei, tra cui anche le persone. Platone ed Aristotele scoprirono che ciò non può essere tutto e spiegarono che devono esistere enti più originari, che non sono corpi e non hanno corpo, e che tuttavia devono essere allo stesso tempo più reali di tutto ciò che è “qui sulla terra”. Ebbero l’intuizione, pur non potendo ancora raggiungere al riguardo una conoscenza in senso proprio, che l’Essere come tale è personale o, più precisamente, è una persona. Aristotele non dice mai che Dio non è solo un ente, ma l’Essere stesso; e il suo Dio è così perfetto da non potersi occupare d’altro che di se stesso. San Tommaso d’Aquino, che in un certo senso è il suo più grande discepolo, conosce sì Dio come l’esse ipsum; anche in lui, tuttavia, l’idea che l’Essere, proprio per questo [per l’identità tra Dio e l’esse ipsum], è essenzialmente personale e che quindi il non essere persona è una limitazione, gioca un ruolo solo marginale. Ora, la lettera di don Giussani esprime compiutamente questa dimensione dell’Essere. “Essere” in senso pieno vuol dire “essere una persona”, un io che pensa e vuole, che ascolta e risponde, che si comunica e ama, un io aperto ad un tu e quindi ad ogni tu. Non solo le persone sono così, ma anche ogni essere partecipa di ciò in modo diverso. Gli animali, le piante, le pietre sono tutti come dei “tu impediti”. Noi stessi siamo in questo mondo dei tu limitati; solo arrendendoci completamente a Dio spacchiamo un po’ questa limitatezza. Solo un poco, perché in quanto creature non potremo mai pensare e volere, ascoltare e rispondere, comunicarci e amare in modo perfetto. E anche se una volta per ventura ci riuscissimo, si tratterà in tutti i sensi di un dono immeritato della Trinità. Da questo punto di vista, Maria, pur essendo anche lei solo un essere umano, è più vicina a Dio degli angeli più grandi. Non solo è concepita senza la macchia del peccato originale, ma può e deve prendere, nel tempo di questo mondo, una decisione con cui un angelo si confronta solo una volta - nel momento in cui è creato - e mai più “successivamente”: la decisione di arrendersi completamente alla libertà di Dio o invece in qualche modo di opporvi resistenza, cioè - come suppone la tradizione a riguardo degli “angeli decaduti” - di contestare il fatto che il Figlio di Dio sia diventato proprio uomo e non un angelo. La Sua libera decisione ha fatto sì che diventasse «termine fisso d’eterno consiglio» - sicuramente non una quarta persona divina, ma, come una volta si espresse il teologo e filosofo polacco Józef Tischner, «il principio femminile, insieme verginale e materno, al fianco di Dio». Per questo a lei ci rivolgiamo pieni di fiducia: anche se è una creatura come noi e come ogni altro uomo ha vissuto su questa terra, l’ipsum esse, che misteriosamente è non una ma tre persone, non può respingere le sue invocazioni. E neanche le vuole respingere, poiché proprio per la sua umiltà e la piena disponibilità a Dio lei è «alta più che creatura».

Manuel Clemente
Vescovo ausiliare di Lisbona
Anche questo testo, come altri, conferma la mia convinzione sull’attualità di monsignor Giussani, sulla sua istantanea perennità. Viviamo come di riflesso a tanta/e storia/e, il che non è soltanto negativo. Ma sopravviviamo anche a un’eccessiva estrapolazione di questa/e storia/e, della vita per l’ideologia, che finisce per escludere ognuno di noi, come nella vita propriamente vissuta può sempre accadere, nonostante tutto. Mi spiego meglio: qualsiasi riduzione della storia a un pensiero su di essa, sempre interessato e programmatico, finisce per esserle infedele, del tutto o in parte, perché indebolisce la sua creatività e le toglie la sorpresa. Questa riduzione diventa facilmente totalitaria, una contraffazione della totalità. Della totalità davanti alla quale unicamente il Creatore può presentarsi - come si presenta anche ai cuori liberi. In Giussani apprezzo il fatto che abbia ricordato la trascendenza divina, peraltro tangibile - da parte e a rischio dello stesso Dio - nell’immanenza di Cristo e della Chiesa. Dove il tempo non è previsto, ma concesso. Anche quando la carità deve superare degli ostacoli precisi e decisi, proprio perché è un altro nome della fedeltà di Dio. Confermo, per quel che mi riguarda.

Peter Stockland
Direttore di The Gazette, Montreal
Don Giussani illustra la sua meditazione su Maria come il costituirsi della personalità cristiana con una citazione dall’Inno alla Vergine di Dante. «O si sente la prima terzina di Dante crescere in cuore», scrive «o essa diventa una pietra che schiaccia». Questa frase ha una meravigliosa risonanza in me, proprio perché si scontra tremendamente con la mia esperienza. Come giornalista, uno che ha forgiato parole per tutta la vita, è il potere evocativo della lingua che normalmente mi aspetterei di usare per cogliere l’intuizione di don Giussani che «la Madonna è il metodo a noi necessario per una familiarità con Cristo». Tuttavia la mia profonda accettazione della verità da lui descritta non scaturisce dalla forma artistica delle parole, ma dall’arte dello scultore. Nella pietra magistralmente scolpita da Michelangelo, la Pietà conservata in San Pietro, ho sperimentato ciò che Giussani definisce «esplosione in se stessi del fatto di Cristo». L’originalità di quest’opera è accresciuta dal fatto che per me nella Pietà “il fatto di Cristo” non si realizza nel corpo di Nostro Signore intagliato nella pietra dalle geniali mani di Michelangelo. È piuttosto il modo in cui i miei occhi sono attratti da quello che Giussani chiama un «focus ineffabile»: l’essenza della Madre di Dio che anima il marmo nel quale è stata creata la sua figura. È lei, nel suo eterno atteggiamento di obbedienza alla libertà totale, che re-indirizza il mio sguardo verso l’amore del Figlio che sta abbracciando. «L’inno alla Vergine di Dante coincide con l’esaltazione dell’essere, con l’ultima tensione da parte della coscienza dell’uomo che è alla presenza della “realtà” - che non nasce da se stessa, ma è fatta da un focus ineffabile: la realtà, infatti, è creata», scrive Giussani. La mia scoperta di quella esaltazione nel capolavoro di Michelangelo, invece che nella potenza creativa di Dante, non intende in alcun modo porsi in contraddizione con don Giussani. Anzi, rappresenta qualcosa di più, credo, che una semplice sostituzione di forme o metafore artistiche. Rappresenta la libertà totalmente obbediente di quella apparente contraddizione che è Maria, figlia di Suo Figlio e Madre di noi tutti. Le labbra di Maria pronunciano il Magnificat, il gioioso e glorioso inno che ha ispirato la più grande musica del mondo. Il suo cuore custodisce il silenzio meditativo che può sollevare chi si sente avvilito e sopraffatto. Il suo ventre dà vita non solo alla personalità cristiana, ma anche alla Persona di Cristo stesso. Nel suono, nel silenzio, incontriamo l’Essere, come dice Giussani, attraverso «lo strumento che Dio ha usato per entrare nel cuore dell’uomo».

Jörg Splett
Professore di Filosofia all’Università filosofico-teologica di Francoforte
Sinceramente devo dire, come filosofo tedesco, di aver avuto delle difficoltà di comprensione rispetto alla retorica italiana della lettera. Però sento il suo fuoco. Mi chiedo come si possa dire che un essere umano (non il suo comportamento) sia un metodo (invece di essere cammino o porta). O cosa vuol dire che l’Essere chiede di essere riconosciuto (viene in mente il versetto dell’Apocalisse 3,20). E cosa vuol dire «verginale, perché eterno»? Vuole dire che tutto l’eterno è verginale (se non addirittura che ogni verginità sia eterna)? Tanto più comprensibile e bella allora trovo la descrizione della verginità come primo valore di ciò che è creato: la creazione intatta come neve fresca. Rilke chiama gli angeli «creste aurorali di tutto il creato». Qui si rispecchia non solo l’idea agostiniana della loro «conoscenza aurorale» (in contrasto con il nostro modo stanco e crepuscolare di conoscere), ma anche quello che dice Dante rispetto alla creazione degli angeli - il che vale anche per la nostra creazione: Non per aver a sé di bene acquisto, ch’esser non può, ma perché suo [splendore potesse, risplendendo, dir ‘Subsisto’, in sua eternità di tempo fuore, fuor d’ogni altro comprender, [come i piacque, s’aperse in nuovi amor l’eterno [Amore. E visto che lo splendore bianco qui è l’amore, gli spetta - quanto ha ragione don Giussani! - la maternità; perché amore significa affermazione, volontà di essere e di realtà. Così san Tommaso descrive l’essere creato come «simplex et completum, sed non subsistens»: cioè non un mero esserci, ma un esserci perché voluto: l’essere affermato totalmente (incondizionatamente) e semplicemente per quello che è. Un essere che si rivela come un “esserci”, e più profondamente ancora come un “Lui dà”. Quello che corrisponde a quel darsi come risposta sono letizia, gratitudine e speranza. Gratitudine in quanto accettazione del dono e accoglienza del datore nel suo dono, speranza in quanto forma anticipata di gratitudine. Allora capisco che la forma nella quale si realizza questa gratitudine sia “l’esplosione” dell’alzarsi mattutino. Perché esistiamo per vivere e viviamo per amare. Più che capire certamente occorrerebbe saper mettere in pratica. Questa è la preghiera piena di speranza di uno che è bisognoso di misericordia... Cerca una parola nel sito Cerca Ricerca avanzata Entra nella Rassegna Stampa Visita il sito di Piccole Tracce