|
| Tracce gennaio
2001 State buoni, se potete Da Milano a Roma: il 2 dicembre in 10mila al Filaforum. Il 7 dicembre in piazza Santi Apostoli. La battaglia per la libertà di educazione e le domande al governo | |
| Maurizio Vitali e Franco Nembrini | Milano Milano, 2 dicembre. Piove, governo ladro. Ma, puntualissima, una folla di 10mila giovani, insegnanti, genitori, stipa egualmente gli spalti del Filaforum di Assago. Piove, governo ladro: la compagine di Giuliano Amato ha, quattro giorni prima, tentato di scippare il buono scuola, istituito dalla Regione Lombardia, a 65mila famiglie che l’hanno già chiesto con regolare domanda e che l’attendono come una boccata d’ossigeno: un quarto della onerosa spesa per le rette scolastiche gli verrebbe rimborsato dalle casse regionali, se il diavolo non ci mettesse la coda. Milano, 2 dicembre. Piove, governo ladro. Ma la manifestazione è infinitamente più per principio che per i soldi (pur sacrosanti, perché tramite tasse la scuola la pagano tutti una prima volta, e una seconda quelli che la preferiscono non statale). Libertà! Libertà! Diecimila voci all’unisono scandiscono dalle gradinate il principio cavato come slogan dalla memorabile manifestazione in piazza San Pietro con il Papa, il 30 ottobre 1999, che ha segnato un punto di non ritorno nel dibattito sulla libertà della scuola in Italia. Un principio cavato, ancor più addietro nel tempo, dalla paradossale inequivoca sfida di quel prete di religione al liceo Berchet della Milano “illuminata” degli anni ’50 e ’60: «Mandateci in giro nudi, ma lasciateci la libertà di educare». Libertà! Libertà! Ecco, i diecimila non hanno dubbi: il tentato sgambetto del governo alla giunta Formigoni è un attentato alla libertà di educazione. E loro sono lì, al Filaforum, non tanto per una manifestazione contro, ma per una festa a favore: della libertà, appunto. Lo strillano gli slogan; lo cantano gli spirituals - Oh freedom! - della band diffusi a pieni decibel; lo recitano gli striscioni appesi alle balconate: «Una scuola per crescere liberi», «Dare una scuola ai figli, non i figli alla scuola», «Liberi di pensare, liberi di scegliere», «Chi ha paura della libertà?». E ancora: «Governo cattivo, te la prendi con i buoni», «Giù le mani dai buoni scuola», «Non fate i cattivi, ridateci i buoni». Piove, governo... voltagabbana, pure. Lo ricorda Franco Nembrini: «Appena dieci giorni fa - si meraviglia il responsabile Scuola della Compagnia delle Opere - il ministro De Mauro aveva dichiarato che dei buoni scuola si può parlare, che sono un’ipotesi praticabile, che piace pure al capo del Governo, Amato». Perché il dietrofront? Nembrini lascia nell’aria l’interrogativo. Lascia che dia una risposta a fine manifestazione, a modo suo, il presidente lombardo Roberto Formigoni: «Amato ha dovuto sottostare alla cupola partitocratica del centrosinistra». Esperienze senza cupole Chi non sottostà a nessuna cupola sono questi studenti, questi insegnanti, questi genitori. Le loro voci che si alternano al microfono non parlano con lingua biforcuta, perché esprimono esperienze, storie, ideali vissuti, sacrifici accettati. Sono le voci di una società civile che ha il senso della sua autonomia. E per questo chiede libertà. Esempi. Fausto Greco, preside del liceo privato Guastalla di Monza, 30 anni di insegnamento. Uno di quelli che hanno aiutato a crescere centinaia di giovani di diverse generazioni, sull’onda di quasi cinque secoli di attività del suo istituto, nato nel ’500 dal genio di una nobildonna di grande spiritualità e iniziativa. «Rifiuto che si dica che in una scuola statale avrei reso un servizio pubblico, mentre in questa privata no. Ogni vero servizio reso a una necessità sociale è pubblico. Un taxi si chiama autopubblica anche se la vettura non è di proprietà dello Stato. Oppure: non solo le farmacie comunali assolvono a un servizio pubblico, ma anche le altre. Identificare pubblico con statale è un grossolano errore di linguaggio: e siccome il ministro De Mauro è autore di un vocabolario, gli vorrei chiedere di aiutarci a fare chiarezza». Ancora da una grande tradizione educativa, quella di don Bosco, viene la testimonianza del salesiano don Riboldi. «Il patrimonio della conoscenza è un diritto inviolabile della persona umana, nella libertà di un progetto personalissimo e inviolabile. Nessuna autorità, nemmeno lo Stato, può appropriarsene. Se raccoglie le tasse per la scuola, è per garantire pari condizioni a tutti, non per arrogarsi il monopolio dell’educazione». Punta il dito, il salesiano, contro le strumentalizzazioni politiche: «Il buono scuola? Non è di destra né di sinistra, è della libertà di educazione». Studiare con un perché Paola è una studentessa del liceo (statale) Leonardo da Vinci di Milano. Ecco la scuola libera che ha in mente: «La mia esigenza è di capire le cose, il mondo; di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo che risponda a questa esigenza. Alcuni insegnanti la prendono sul serio: accade allora l’incontro tra la loro libertà di insegnamento e la mia libertà di capire. Molti insegnanti, invece, ci fanno studiare tante cose senza dirci il perché, senza dichiarare la loro interpretazione, senza dirci da che parte stanno. Ecco: noi studenti possiamo essere protagonisti della scuola solo se saremo liberi di scegliere». Libertà di scelta per tutti Mirella Franco, genitore del civico liceo linguistico Manzoni di Milano. Fino al ’94 mandava la figlia a una scuola cattolica francese, pagava 22mila lire (dicasi 22mila) al mese, e aveva anche modo di occuparsi dell’accoglienza di allievi musulmani (leggasi: la scuola cattolica non è affatto un ghetto per i ricchi). Ha fatto domanda per il buono scuola (leggasi: non è vero che il buono scuola serve solo per le scuole private). «Come si permette ora il Governo italiano - si chiede sgomenta - di annullarmi tutto? Non pensa piuttosto che sarebbe ora di una grande riforma che modernizzi la scuola partendo dalla libertà di scelta della famiglia, unica direzione che ci avvicinerebbe all’Europa?». No alla discriminazione economica Altra difesa non ideologica del buono scuola da un ragazzo dell’istituto Sacro Cuore di Milano, Giacomo: «I miei genitori non possono pagare tutta la retta, per fortuna altre famiglie hanno costituito un fondo di solidarietà e così anch’io posso frequentare questa scuola. Ma non è giusto che si debba ricorrere a questo: nessuna famiglia dovrebbe subire la discriminazione economica nella scelta della scuola». Società civile Dietro queste esperienze, una rete di associazioni della società civile - il Forum delle associazioni familiari, l’Agesc, ad esempio - i cui rappresentanti (Luisa Santolini, Stefano Versari) hanno assicurato massimo impegno nel proseguire la battaglia per la libertà di educazione e per la parità scolatica. Una battaglia che ha sfondato ormai il pregiudizio della difesa del privilegio cattolico e si propone come «battaglia di libertà per tutta la scuola italiana», «battaglia dei liberali laici e cattolici che vogliono rappresentare un’Italia dell’Ovest dell’Europa, contro una vecchia Italia dell’Est, con una scuola da Paesi del socialismo reale». Chi parla così è Ferdinando Adornato, presidente della Fondazione Liberal, quella che sa mettere allo stesso tavolo per la qualità e la libertà della scuola il cardinale Ruini e Romiti. Qualità, questione nazionale Adornato è di quelli che pensano che la qualità della scuola è indissolubilmente legata alla libertà di competizione, quindi alla libertà di scelta. Di quelli che laicamente, laicissimamente, stanno dalla parte del buono scuola. Sicché dal PalaForum il movimento per la libertà della scuola esce come fiume ingrossato da molte acque. E il buono scuola? Che ne sarà dopo il ricorso del Governo alla Corte costituzionale? Il buono continua « La nostra legge non è né annullata né sospesa, ma regolarmente in vigore - tuona il presidente Formigoni in un tifo da stadio -; il Governo ha messo in atto un tardivo e goffo tentativo di metterla in dubbio con un arzigogolo giuridico che non sta in piedi. Avremmo secondo loro dovuto, ma non è vero, presentare un regolamento applicativo al commissario di Governo» (Si scatena la curva sud: “Chi non salta del Governo è”, e saltano tutti, Formigoni non è da meno). «Vogliono portarci davanti alla Corte costituzionale, e sbagliano perché il giudice naturale è il Tar, che peraltro ci ha già dato ragione respingendo ricorsi contro il nostro provvedimento». Nessuna intenzione di cedere. Ovazioni. Oltretevere benedice: «Santo Padre auspica desiderata parità scolastica contribuisca qualificare istituzione educativa; loda generoso impegno cristiano per una scuola libera e ispirata a valori morali e spirituali; invoca copiosi lumi celesti per buon esito manifestazione». Firmato cardinale Sodano, segretario di Stato. Apprendisti guastafeste Chi li ha eccitati a un gesto avventurista (si diceva così nel lessico marx-sessantottino) tiene nascosta la mano. Che una ventina di ragazzi dei collettivi cerchino la provocazione tentando l’irruzione nel catino dei Diecimila ha un solo senso, che i venti ragazzi forse nemmeno conoscono: guastare la festa. Come? Un benché minimo incidente (scontato in una qualsiasi altra assemblea meno pacifica e tollerante) avrebbe fatto scrivere ai giornali, invece che: «Diecimila per il buono scuola, acclamato Formigoni» (a quattro colonne), «Fanatici del buono scuola, botte ai dissidenti» (a nove colonne). I ragazzi possono non prevedere simili esiti; certuni più attempati lo sanno benissimo e ci fanno conto. La Repubblica, più attempata, ha scritto: «Ma la festa è già guastata». Ci riproveranno, altri più esagitati (o i più ingenui) di lì a poco, con l’assalto a fumogeni e gli insulti a bomboletta contro il Centro Culturale di Milano. Inutile. Pericoloso, ma inutile. Milano, 2 dicembre. Data da ricordare. L’entusiasmo dei Diecimila è per una battaglia politica che si prevede durissima. Che possiede ragioni ideali forti ed evidenti, ragioni incise nella memoria e nella carne di tanta gente che vive e lavora. E non è mai stata abituata ad arrendersi. di Maurizio Vitali Roma Dopo Milano, Roma. La manifestazione del Forum si conclude con l’invito a ritrovarsi cinque giorni più tardi nella Capitale, dove la Fondazione Liberal ha organizzato un convegno dal titolo “Il buono scuola per una buona scuola”. L’incontro è il punto d’arrivo di una storia ormai lunga. Nell’estate del 1999 la Fondazione aveva lanciato il “Manifesto per una scuola libera”, che raccoglie in sette punti la richiesta che il sistema scolastico si liberi dallo statalismo che lo soffoca e venga restituito all’iniziativa dei cittadini e della società. Tra le richieste figurano il Buono Scuola e l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Nel giro di poco più di un anno quelle idee, che allora parevano quasi provocatorie, hanno fatto molta strada, e il consenso intorno alla proposta di Liberal è andato crescendo. Così il presidente della Fondazione, Ferdinando Adornato, ha chiamato a raccolta personalità del mondo della scuola, della Chiesa, dell’impresa, per tornare a riflettere sull’argomento. Non solo per addetti Sembrava un incontro per addetti ai lavori, ma gli avvenimenti delle ultime settimane gli hanno conferito un rilievo particolare. Così, sfidando la stanchezza e la tentazione di aggiungere un giorno di vacanza al ponte dell’Immacolata, all’alba si sono messi in moto da tutta l’Italia centrale. La Nuova Scuola di Pesaro ha chiuso i battenti e ha riempito due pullman di studenti, insegnanti e genitori; altri due sono arrivati dall’Abruzzo. I ragazzi del Don Gnocchi di Carate Brianza, vicino a Milano, hanno viaggiato tutta notte per scendere nella capitale a difendere i loro “buoni”. Il clima è freddo, per essere una mattinata romana; ma quando prende la parola Thomas Homemberger, membro del Forum europeo per la libertà di educazione, e racconta come tutti gli altri cittadini dell’Unione siano liberi di scegliere la scuola, e solo l’Italia manchi all’appello, la temperatura in piazza sale immediatamente. Applausi e cori incominciano a scandire gli interventi, tra cui quelli di Luisa Santolini, presidente del Forum delle associazioni familiari, e di Enzo Meloni, presidente dell’Agesc. I relatori più attesi sono il cardinale Ruini e Cesare Romiti. Il Cardinale, all’ultimo momento, ha deciso di non essere presente di persona. Ma è tutt’altro che una sconfessione del convegno, come hanno dovuto riconoscere anche i giornali. Ruini e Romiti Il Presidente della Cei ha, infatti, inviato un messaggio, letto dal presidente dell’Azione Cattolica romana, Paolo Bustalla, in cui spiega di non essere intervenuto «per l’unico motivo di non dare adito a polemiche su ingerenze della Chiesa, che potessero deviare l’attenzione dalla sostanza dei problemi». E sulla sostanza dei problemi il giudizio non potrebbe essere più chiaro: «Sta maturando e mettendo radici nell’opinione pubblica italiana una consapevolezza che fino a non molti anni fa sembrava assai poco condivisa, riguardo alla libertà e pluralità scolastica in vista del rinnovamento dell’intero sistema formativo, (…) che ha il suo cardine e la sua linea-guida nel passaggio da una scuola sostanzialmente dello Stato a una scuola della società civile, certo con un perdurante e irrinunciabile ruolo dello Stato, ma nella linea della sussidiarietà. Un simile passaggio evidentemente non si può realizzare senza adeguati interventi legislativi, e quindi richiede un confronto anche politico, (…) come non può non avere impegnativi risvolti economici. (…) Contestualmente, è diventato più chiaro che quella della libertà e parità scolastica non è affatto una richiesta dei soli cattolici, o comunque riducibile a motivazioni confessionali, e al contempo che i cattolici stessi avanzano questa richiesta non solo per le proprie scuole, ma in un’ottica ben più ampia, di libertà civile e di pubblico interesse». Il Cardinale ricorda le parole del Papa all’incontro del 30 ottobre 1999 e continua: «Vorrei però sottolineare quanto sia importante assicurare in concreto alle famiglie il diritto di esercitare pienamente le proprie responsabilità educative, che hanno un carattere originario il quale precede di per sé il ruolo delle pubbliche istituzioni». Alle parole del cardinale Ruini fanno eco quelle di Cesare Romiti, amministratore delegato della Rcs, il quale punta il dito contro il valore legale del titolo di studio: «Il livello di insegnamento in Italia è ancora troppo basso sul piano della qualità, serve una scuola più libera e competitiva, e sono qui anche perché credo nell’abolizione del valore legale al titolo di studio: non è il pezzo di carta finale, ma sono i contenuti della scuola a valere. Finché alla scuola si chiederà che rilasci un certificato, è inutile parlare di qualità dell’insegnamento». La sfida è lanciata ai massimi livelli. Ai politici di questa e della prossima legislatura l’onere di raccoglierla. di Franco Nembrini |