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Tracce ottobre 2000 - p. 68
Amare la verità più che se stessi
Riuniti a Roma dal Papa circa diecimila docenti e ricercatori universitari. Un’occasione per approfondire la dimensione della cultura come modo specifico di essere e di esistere della persona. I rischi dell’ideologia, l’apertura della fede

Di LUIGI NEGRI Ho partecipato, a nome dell’intero movimento, insieme a oltre cento docenti universitari e due presidi di facoltà, al Giubileo delle Università.
È stato un avvenimento di fede e di cultura di eccezionale rilievo: ad esso sono intervenuti circa diecimila docenti e ricercatori universitari provenienti da tutti i Paesi del mondo. Le note che seguono intendono comunicare a tutti gli amici di Comunione e Liberazione il sentimento profondo di commozione per l’incontro con il Santo Padre Giovanni Paolo II e, insieme, la chiarezza rinnovata sulla nostra identità di ricercatori al servizio della Chiesa nel difficile e affascinante compito di evangelizzazione del terzo millennio.

La ragione della ricerca
Innanzitutto abbiamo vissuto il riconoscimento vivo che Cristo e solo Cristo è la ragione del vivere e del ricercare e che solo l’appartenenza alla Chiesa - compagnia guidata al destino - è la condizione viva per una ricerca e una cultura dedicata al senso della verità e funzionale alla vita e alla libertà dell’uomo di questo tempo.
Nella presenza e nel magistero di Giovanni Paolo II il Giubileo ha vissuto il momento più alto del riconoscimento ecclesiale e della consegna missionaria.
Il discorso del Papa, tenuto in aula Paolo VI la mattina di sabato 9 settembre, coronava i 59 convegni a livello universitario, svolti in varie università del mondo, sul tema: “Redenzione e antropologia: l’Università per un nuovo umanesimo”.
« Ispirandovi a Cristo, rivelatore dell’uomo all’uomo (cfr. Gaudium et spes, 22), nei convegni celebrati nei giorni scorsi, avete voluto riaffermare l’esigenza di una cultura universitaria veramente “umanistica”. Ciò anzitutto nel senso che la cultura deve essere a misura della persona umana, superando la tentazione di un sapere piegato al pragmatismo o disperso negli infiniti rivoli dell’erudizione, e pertanto incapace di dare senso alla vita. In realtà, senza orientamento alla verità, da cercare con atteggiamento umile ma, al tempo stesso, fiducioso, la cultura è destinata a cadere nell’effimero, abbandonandosi alla volubilità delle opinioni e magari consegnandosi alla prepotenza, spesso subdola, dei più forti».
In continuità con il suo ventennale magistero sulla cultura (come non ricordare la fondamentale Allocuzione all’Unesco del 1980) il Papa ha offerto un altro saggio di abbordo della questione culturale, con notevole precisione speculativa e densità critica. La cultura è la dimensione fondamentale della persona umana, «modo specifico di essere e di esistere dell’uomo»; la persona umana colta nella sua ineludibile esigenza di conoscenza della verità e di responsabilità creativa nei confronti di essa. Una cultura per tanto della persona umana e per la persona umana. Contro ogni ritornante tentazione ideologica. E il Papa ha indicato gli aspetti emergenti della attuale tentazione ideologica della cultura, indicandoli congiuntamente nel cedimento all’effimero e nella funzionalità al potere.
La cultura ha una inevitabile dimensione religiosa, una sua precisa “verticalità”, da cui nasce quella capacità di creazione di vita, di storia e di socialità, che hanno fatto della cultura il filo conduttore e promotore dell’intera storia dell’umanità.

Apertura
al trascendente

Il sapere viene così riscoperto nella sua oggettiva autonomia di contenuti e di metodi di ricerca umana e tentativo rigorosamente “storico”.
« Radicato nella prospettiva della verità, l’umanesimo cristiano indica innanzitutto l’apertura al trascendente. È qui la verità e la grandezza dell’uomo, l’unica creatura del mondo visibile capace di prendere coscienza di sé, riconoscendosi avvolta da quel mistero supremo a cui la ragione e la fede insieme danno il nome di Dio. Occorre un umanesimo in cui l’orizzonte della scienza e quello della fede non appaiano più in conflitto. Non ci si può tuttavia accontentare di un riavvicinamento ambiguo, come quello favorito da una cultura che dubiti delle stesse capacità veritative della ragione. Si rischia, per questa strada, l’equivoco di una fede ridotta al sentimento, all’emozione, all’arte, una fede insomma privata da ogni fondamento critico. Ma non sarebbe, questa, la fede cristiana, che esige invece una ragionevole e responsabile adesione a quanto Dio ha rivelato in Cristo. La fede non germoglia sulle ceneri della ragione». «È necessario riscoprire il senso originario ed escatologico della creazione, rispettandola nelle sue esigenze intrinseche ma al tempo stesso, godendo in termini di libertà, responsabilità, creatività, gioia, “riposo” e contemplazione. Come ricorda una splendida pagina del Concilio Vaticano II: «Godendo delle creature in libertà e povertà di spirito l’uomo viene introdotto nel vero possesso del mondo, quasi al tempo stesso niente abbia e tutto possegga».
L’aspetto specifico della cultura che nasca dalla fede e viva l’impresa storica del suo porsi al servizio della conoscenza e dell’azione umana, dispiega tutta la sua razionalità e creatività. Il fideismo sentimentale è indicato dal Papa come una inaccettabile autoriduzione della fede.

Cultura e missione
Il contesto della cultura cristiana è invece la missione ecclesiale, il servizio attivo al grande progetto della evangelizzazione del terzo millennio: e il Papa lo ha indicato come il vero grande obiettivo della vita e del lavoro di ogni uomo di cultura.
« Il sapere illuminato dalla fede, lungi dal disertare gli ambiti del vissuto quotidiano, li abita con tutta la forza della speranza e della profezia. L’umanesimo che auspichiamo propugna una visione della società centrata sulla persona umana e i suoi diritti inalienabili, sui valori della giustizia e della pace, su un corretto rapporto tra individui, società e Stato, nella logica della solidarietà e della sussidiarietà». «La Chiesa, che ha avuto storicamente un ruolo di primo piano nel sorgere stesso delle Università, continua a guardare ad esse con profonda simpatia, e da voi si aspetta un contributo decisivo, perché questa istituzione entri nel nuovo millennio ritrovando pienamente se stessa, come luogo in cui si sviluppano in modo qualificato l’apertura al sapere, la passione per la verità, l’interesse per il futuro dell’uomo. Che questo incontro giubilare lasci dentro ciascuno di voi un segno indelebile e infonda nuovo vigore per questo compito impegnativo». È quanto è accaduto a me e a tutti gli amici che erano con me: e di questo siamo profondamente grati al Signore e a Giovanni Paolo II.