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Anteprima Tracce n. 3 - marzo 2008

Verso il Meeting

Exempla
Così nell’arte italiana rinasce l’antico

Il 20 aprile, a Rimini, apre la grande rassegna che celebra il legame tra l’arte del Duecento e quella classica. In mostra, cento pezzi straordinari. Per testimoniare come la ripresa dell’antichità non risponda soltanto a una preoccupazione estetica

di Marco Bona Castellotti


Un pezzo di calotta cranica, adorna di un bel serto di ulivo, è quanto rimane di una testa, forse un ritratto di Federico II, fatta a pezzi da un ignoto in preda a un raptus di furore.
Il lacerto marmoreo, denominato Frammento Molajoli dal nome del grande archeologo che nel 1928 lo raccolse ai piedi di una torre di Castel del Monte, è uno dei pezzi più curiosi di “Exempla”, la grande mostra del Meeting, che apre a Rimini il 20 aprile; si tratta di uno dei rarissimi esempi sopravvissuti di scultura monumentale federiciana. Il catalogo completo non raggiunge le 50 unità e la ragione fondamentale  della terribile dispersione  va ricercata  nella damnatio memoriae che conseguì alla morte dell’imperatore Staufen, occorsa per dissenteria fulminante nel 1250 nel castello di Fiorentino, presso Foggia.
Il castello, ridotto oggi a un cumulo di macerie, è uno dei luoghi panoramicamente più ammalianti della Puglia. Come la maggior parte delle costruzioni federiciane, anche quei quattro ruderi incutono un senso di timore, il che deve pur significare qualcosa (senza però fantasticare oltre il dovuto). Castel del Monte, dove sembra che Federico II  non avesse soggiornato, è invece l’unico edificio intatto o quasi degli oltre 200 fatti erigere dallo Svevo, ed è il più prezioso, adorno un tempo e tuttora di marmi e di spoglie classiche, riutilizzati nei rivestimenti parietali. Ma di sculture in loco ne sono rimaste non più di sette o otto, a loro volta deturpate da uno scempio protrattosi in saecula, specie quando il castello, per la cui costruzione Federico II si servì di architetti arruolati nell’ordine cistercense, fu trasformato in carcere.
Nel cantiere di Castel del Monte, edificio la cui destinazione è tuttora oscura, certamente esemplato sul modello Cupola della Roccia di Gerusalemme, si forma il più grande novatore della scultura gotica italiana: Nicola Pisano, che i documenti dicono “de Apulia”, originario di quelle parti. Tra il 1240 e il 1245 Nicola Pisano inizia il suo cammino sotto Federico II,  forse come architetto e incisore di cammei, e come scultore, sorbendo proprio lì una dose di cultura classica sufficiente, una volta rielaborata alla luce delle più elevate testimonianze toscane e rinverdita dalla “verità di vita” del gotico d’Oltralpe, a inondare tutta l’arte dell’Italia centrale di riferimenti all’antico.
Se in Federico II il costante ritorno all’antichità classica è spesso determinato da ragioni politiche, per la maggior parte dei grandi artisti del gotico - lungo periodo che copre il secondo cinquantennio del Duecento e sconfina nel Trecento -, l’antico diviene exemplum, cioè modello, per il protrarsi senza soluzione di continuità di una tradizione che non si fonda soltanto su fattori di stile e di forma, ma di motivazioni sostenute dall’auctoritas e dalla spirito della renovatio cristiana. Dal nuovo sentire duecentesco, infatti,  «emerge e ne è sostanza la coscienza cristiana del valore dell’individuo come conquista di libertà e dignità» (Maria Laura Testi Cristiani).
Nel Duecento l’arte riprende l’antico come un’eredità viva, mentre nel Rinascimento gli artisti si volgono al passato classico con un atteggiamento nostalgico e intellettuale, osservandolo malinconicamente da lontano come un’età trascorsa e irripetibile.
L’artista del Duecento, da Nicola Pisano a suo figlio Giovanni (il più grande scultore dell’evo cristiano insieme a Donatello, Michelangelo e Bernini), ad Arnolfo di Cambio, sino a Pietro Cavallini e poi ad Andrea Pisano (ma Giotto stesso), sa fondere l’idealizzazione dell’arte classica e il naturalismo del gotico europeo, pervenendo a una straordinaria varietà di espressioni, sensibilmente diverse tra loro, nelle quali si evidenzia  la realistica concretezza propria di quello straordinario periodo.
é quanto questa stupefacente mostra dal titolo “Exempla” vuole documentare, in un percorso gremito di capolavori (non per modo di dire), duecenteschi e classici.
Ma bisogna che il tema non intimorisca il pubblico solo perché non rientra  nell’involtino delle conoscenze già acquisite. Che mai dovrebbe fare il Papa, quando cita Dionigi l’Areopagita o Gregorio di Nazianzio: dovrebbe astenersi dal farlo, perché pochi sanno chi sono?
Nella mostra si va da alcune opere che anticipano Federico II, ad altre che sono il segno della sua cultura autocelebrativa,  a opere di Nicola Pisano e di Arnolfo (compresa una scultura della facciata di Santa Maria del Fiore), a Giovanni Pisano (si vedrà la così detta Danzatrice proveniente dal Battistero di Pisa, una profetessa che si dimena come una baccante), a un Volto di Cristo dipinto da Pietro Cavallini. L’itinerario si chiude con un elemento del campanile di Giotto di Andrea Pisano raffigurante l’Arte dello scolpire. Alle sculture duecentesche se ne affiancano alcune classiche per evidenziare, laddove sia possibile, quanto l’arte del Duecento sia debitrice all’antico.
Molto altro avrei da dire su questo argomento, sul quale si potrebbe scrivere un immenso libro. 

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