Il 12 febbraio c’erano diverse generazioni di studenti del Berchet nell’aula magna del liceo milanese di via Commenda. In tutto facevano oltre cinquant’anni di storia. Li aveva radunati il nome di don Giussani. Nel terzo anniversario della morte, «il Consiglio d’Istituto all’unanimità - ha sottolineato il preside della scuola, Innocente Pessina - ha voluto ricordare con una targa un personaggio così importante che qui ha insegnato». Introducendo gli interventi di uno studente degli inizi - Claudio Risé -, di un liceale di oggi - Marco Pisa -, e di don Carrón, il professor Pessina ha detto che «quest’oggi è ancora più significativo ricordare un maestro come don Giussani, perché è sotto gli occhi di tutti quello che alcuni hanno definito una “emergenza educativa” - lo stesso Papa ne ha parlato qualche giorno fa -. Chi lavora coi giovani lo può confermare: quasi ogni giorno incontro genitori che dichiarano la loro impotenza di fronte alla fragilità e al disagio, e anche un po’ di rassegnazione». Molto acuto è stato anche il suo giudizio sui professori: «Vedo tanti insegnanti che si accontentano di passare qualche informazione, saperi disciplinari, competenze - tutto importante, molto giusto -; credo, però, che il compito della scuola sia più ambizioso: educare. Ma per educare bisogna credere nelle cose che si fanno e che si dicono, perché l’educazione passa attraverso una relazione personale in cui l’adulto si offre come testimone, con il proprio credo; se l’educatore è vuoto, insegna solo il vuoto».
Che cos’è, allora, l’educazione? Pessina ha risposto con un’immagine che avrà trovato in don Giussani - ne siamo più che certi - un’approvazione entusiastica: «L’educazione è l’esondazione di una pienezza, il tracimare di un troppo pieno, di un qualcosa che hai dentro, che ti convince così tanto che non puoi tenerlo dentro, ma che necessariamente devi dare a qualcun altro, per cui lo contamini. Non ho conosciuto don Giussani, ma lo penso come una persona così ricca, così piena, così convinta dei propri valori che non poteva fare a meno di comunicarli agli altri».
La ghianda e la quercia
Parole di saluto sono state rivolte da Roberto Formigoni, all’epoca studente a Lecco: «Non avevamo mai visto il liceo Berchet, ma attraverso le parole di don Giussani, il suo racconto, le sue emozioni, le vedevamo, queste aule, i corridoi, i gradini, gli insegnanti, gli studenti, i dibattiti, la vita, l’esplosione di qualcosa di inatteso e di sorprendente che emozionava e avvinceva anche noi. Don Giussani non mi ha mai imposto qualcosa; sempre la sua era una provocazione alla libertà e all’uso della ragione», e da monsignor Luigi Negri, suo allievo nella mitica sezione “E”: «Salendo i gradini della scala dicevo fra me e me: guarda che potenza di intuizione ha avuto don Giussani! La quercia è già tutta nella ghianda. In quegli anni, nel dialogo quotidiano fra un grande maestro e la nostra adolescenza, è avvenuto il miracolo del passaggio della fede dal suo cuore al nostro, in modo tale che tutta nostra vita ne è stata segnata e noi abbiamo dato il nostro contributo alla quercia nata dal suo cuore, che ormai sfida le temperie dell’oggi e guarda coraggiosamente al futuro».
È poi intervenuto lo psicoanalista Claudio Risé, scolaro di don Giussani fin dal 1955; sua è stata la proposta di dedicare una targa a don Giussani: «Era un vero educatore, appassionato ai due movimenti fondamentali di un’azione educativa: nutrire di sapere, fare crescere; trar fuori, estrarre ciò che rischiava di rimanere nascosto, inattivo nella personalità pigra e un po’ assonnata di noi adolescenti. Ci addestrava a riconoscere quelle che chiamava le esigenze più profonde del cuore con cui si vive tutto e che chiamava “esperienze elementari”, di cui solo molto più tardi nel mio lavoro di terapeuta riconobbi con più chiarezza il profondissimo significato». Il suo metodo? «Quello della libertà, che vedeva composta da intelligenza ed energia di volontà. Nella sua visione educativa, poi, un ruolo centrale lo giocava la ragione. Ci metteva al riparo dalla tentazione di rifugiarci in un intellettualismo freddo grazie al richiamo a una ragione ampiamente intesa, anche perché l’associava a qualcosa a cui allora - Benedetto XVI era ancora lontano - pochissimi la associavano, vale a dire la fede: la fede, diceva, è un modo di conoscenza e chi conosce è la mia ragione. E la fede viene a sapere qualcosa dell’oggetto conosciuto attraverso un testimone: Cristo, colui che rompe la chiusura dell’ego e ti apre al mondo, alla conoscenza. Da operatore della psiche dico che il testimone della ragione nella fede è colui che ti toglie dalla psicosi dell’onnipotenza adolescenziale per metterti nel pieno sviluppo psicologico e affettivo del giovane adulto».
Amico e familiare
È stata quindi la volta di Marco Pisa, diciottenne studente del Berchet: «Don Giussani non l’ho mai visto, se non in fotografia. Ma pensare a lui per me è diverso dal pensare ad altri educatori o personalità carismatiche, perché mi è in qualche modo familiare e amico. Il suo carisma, l’impeto umano con cui viveva il cristianesimo, mi ha raggiunto per via indiretta, attraverso i miei genitori, e in modo più evidente attraverso il movimento di persone che lui ha iniziato in questo liceo. Sono stato cambiato dall’incontro con queste persone in modo inaspettato. Quello che ho ricevuto da Giussani non è una filosofia di vita, ma una ferita, cioè un’impossibilità di accontentarmi, il desiderio di una maggiore intensità del vivere che ho visto in alcune persone a cui, poi, mi sono legato. Così anche lo studio diventa occasione di crescita per me e non è solo funzionale al voto, ai crediti, all’università; e anche l’impegno nelle elezioni scolastiche per migliorare la realtà in cui viviamo. Questa educazione a percepire la realtà in modo più profondo e intenso è la ferita di cui parlavo ed è quanto mi è arrivato da don Giussani. Questo mi rende più libero e certo della strada che ho intrapreso e di questo sono grato a don Giussani».
Presentando don Carrón, il preside ha notato che «ha avuto coraggio a prendere un testimone così impegnativo come quello lasciato da don Giussani tre anni fa». Qui a lato, proponiamo il testo dell’intervento. |