«E un portantino rivela “L’ho vista in quel bagno e ho chiamato i carabinieri”- Napoli, il racconto dell’uomo.
Il Pm:”Caso di isteria collettiva”»
C. Sannino, Repubblica, 15.02.2008
«Ora parla Ciro D.V., 51 anni, residente in un comune vesuviano, un paramendico di ostetricia dell’università Federico II di Napoli. Ecco, 48 ore dopo, quale è la genesi del blitz della polizia al policlinico che ha innescato furibonde polemiche […] Quel lunedì sera, in reparto, c’è un piccolo feto di 450g, probabilmente morto e destinato ad aborto terapeutico che invece di essere prelevato in sala operatoria finisce invece direttamente dal grembo materno in un water: per incolpevole malore di sua madre, Silvana S. e anche per una leggerezza del personale parasanitario che avrebbe dovuto impedire alla donna di andare in bagno da sola. Ma alla penosa scena assiste Ciro. Che, vedendo la donna in un reparto diverso da quello in cui si eseguono gli aborti consentiti, si allarma, pensa ad un infanticidio e avverte le forze dell’ordine.[…] “Quell’ispettrice entrata in corsia è stata professionale e discreta. Non ho sentito volanti che arrivavano a sirene spiegate, ne’ tintinnio di manette, ne’ sceriffate.»
«La crudeltà dell'ideologia»,
Francesco Merlo, la Repubblica, 13.02.2008.
«Una violenza contro la legge, innanzitutto, perché l'aborto era terapeutico, e quindi legittimo. [...] La polizia non ha sorpreso una gang di infanticidi ma una donna provata da un terribile dramma personale, costretta ad abortire per non mettere al mondo, nel migliore dei casi, un infelice menomato.»
«Cronaca di una normalissima selezione»
C. Cerasa, Il Foglio15.02.2008.
« Napoli. “Non c’era altra scelta. Appena mi hanno comunicato che mio figlio sarebbe stato malato per tutta la sua vita non ho avuto dubbi, e ho deciso di istinto: abortisco.” La signora Silvana […] lo ha fatto dopo aver scoperto che il suo bambino “sarebbe stato un malato per tutta la sua vita” a causa di un disordine genetico chiamato 47XXY e conosciuto con il nome di “ Sindrome di Klinefelter”. Un disordine genetico così diffuso che solo in Italia colpisce un uomo ogni 500 nati. Come spiega al foglio il Prof. Carlo Foresta, importante endocrinologo all’ Università di Padova, “una sindrome come quella di Klinefelter è caratterizzata da testicoli piccoli, da grandi mammelle e da una alta probabilità di essere sterili. Ma questa è una sindrome che si può curare, perche le terapie a disposizione sono moltissime, e per le carenze di testosterone, causate dal’anomalia cromosomica, esistono molte soluzioni. Ci vuole un po’ di tempo ma si può. Ed è per questo che con una patologia come questa in Italia vivono quasi 60000 persone: persone non drammaticamente malate, persone che stanno bene. […] Io però faccio un ragionamento semplice[…] se davvero consideriamo il Klinefelter una patologia diversa dal ‘normale’, e dunque non degna di vivere, il rischio è che il concetto di ‘normalità’ possa diversificarsi nel tempo. […] e dunque, se qualcuno dovesse scoprire un giorno quale è il gene che determina il diabete chissà che non venga considerato ‘ anormale’ anche questo. […] Ecco, se dovesse passare, o consolidarsi, il messaggio che di sindrome come questa è possibile morire prima di nascere sarebbe molto pericoloso. E questa è una prassi che oggi io chiamo senza problemi cosi: eugenetica”.»
«Il candidato Mario Melazzini» M. Crippa, Il Foglio 17.02.2008.
«Il problema è culturale. Lo stesso che sta dietro la cultura dell’aborto, del testamento biologico, della tragica montatura sul caso di Napoli e del protocollo di Groeningen: “ E’ la presunzione di pensare- non il ‘sapere’, ma la presunzione di pensare- che alcune condizioni di vita non sono ottimali per essere vissute”. La presunzione di considerarle non degne. “Ma io ho l’immunità del malato- sorride- dunque posso dire che non è così. […] Ecco, io mi sento portabandiera di quella possibilità di essere liberi che invece esiste. Avere la fortuna di provare su se stesso quelli che sono i nostri limiti, quelle che sono le difficoltà di una patologia così devastante mi ha permesso di capire un mare di cose, e soprattutto di modificare i miei pensieri. Mi avessero detto due anni fa ‘ lei avrà bisogno di un sondino per alimentarsi, della ventilazione ’ io, da medico, da presuntuoso, avrei detto che non è possibile, non è una vita degna, che qualità può avere? Invece no. È perche non conosciamo. Vede, la questione è che siamo abituati a concepire la dignità di una vita in base ad un concetto di ‘ qualità’ misurato su basi utilitaristiche. […] Il Cardinale Cafarra ha detto che è il problema dei problemi della ragione occidentale: non è più capace di pensare che per essere una persona non servono altri certificati che quello di esserci. È il tradimento dell’illuminismo».
Commento
Oggi si parla dell’aborto soprattutto come diritto della donna, come difesa della sua libertà, della sua possibilità di autodeterminazione. Eppure anche dall’osservazione del caso di Napoli sorgono alcune domande.
Si parla del diritto della donna a poter scegliere. Non si parla del diritto del nascituro alla vita stessa. Perché il primo dovrebbe prevalere sul secondo?
Si parla di libertà della donna. Ma non c’è libertà senza conoscenza. La donna di Napoli sapeva che quello che precipitava dalle sue gambe dritto in un water era un bambino, suo figlio? Sapeva che la malattia da cui questo era affetto colpisce un uomo ogni 500 in Italia e che si può vivere anche senza accorgersi di averla?
Come dice Melazzini, medico malato di SLA, “il problema è culturale”: non ci interessa più conoscere la realtà, ma difenderci da essa o manipolarla. Così non siamo liberi, viviamo nella gabbia dei nostri pregiudizi e delle nostre paure.
Dovrebbe essere il riconoscimento della vita già in atto di un altro essere umano a rendere veramente libera la donna, non il suo misconoscimento. In secondo luogo, se facciamo valere il parametro della qualità della vita (che peraltro, nel caso di Napoli, non era seriamente minacciata) dobbiamo riflettere: ciò significa consegnare nelle mani di chi ha potere, di chi influenza le menti della gente, la possibilità di decidere chi ha i requisiti per vivere e chi no. Una volta negato il valore della vita “perché c’è”, non vi è più limite alla selezione dei viventi umani. Ma tutto questo non si chiamava una volta eugenetica? |