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Rassegna stampa CLU dal 3 al 23 marzo 2009

L’ultimo capitolo del negazionismo italiano


«L’Italia di destra e la verità», Giampaolo Pansa, Il Riformista, 22.03.2009
«Finalmente sono riuscito a vedere “Katyn”. E’ il film di Andrzej Wajda sul massacro degli ufficiali polacchi, compiuto dai sovietici nella primavera 1940. Vennero uccisi uno per uno, con il colpo di rivoltella alla nuca. Ancora oggi non si conosce con certezza il numero degli assassinati, si va da quattromila ai ventiduemila. Molti erano civili chiamati alle armi. Venne così annientata la futura classe dirigente della Polonia. [...] Un giorno qualcuno ha scritto: quando inizia una guerra, la prima vittima è la verità. Ma spesso la vittima non ritorna in vita neppure se le armi cessano di sparare. E’ accaduto anche in Italia, a guerra civile finita. E continua ad accadere oggi. La sinistra non vuole la verità su quanto è avvenuto sino al 1948. Non la vuole perché la “sua” verità, gonfia di menzogne, l’ha già imposta in tutte le sedi: la cultura, la ricerca storica, i testi scolastici, il cinema.»

«Perché a nessuno interessa “Katyn”», Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 23.03.2009
«Magari fosse solo la censura, quella che ha colpito in Italia Andrzej Wajda. […] Purtroppo ha ragione Michele Anselmi che ne ha scritto sul Giornale: il “censore” è il mercato. […] Si è imposta, non per ordine censorio ma per spontanea adesione a un luogo comune, l’idea secondo la quale, a comunismo morto, l’anticomunismo non è che ossessione minoritaria di passatisti risentiti e nostalgici della guerra fredda. Immaginate lo scalpore che susciterebbe l’idea secondo la quale, a fascismo morto, anche l’antifascismo fosse una patetica sopravvivenza del passato. Ma sul comunismo, nessuno scalpore. Nel mondo della cultura. Nel dibattito pubblico. Al botteghino in cui l’anticomunismo fa mestamente flop.»

«Armata rossa come le SS: ecco un film per le scuole», Renato Farina, Libero, 22.03.2009
«Ma non è questo il centro della storia. “Katyn” non è solo la denuncia contro ogni totalitarismo. Il centro è soprattutto l’idea che c’è un tipo di vita e un tipo di uomo che anche subendo la morte testimonia una scintilla che non è possibile annullare, e chiamiamola amore o libertà o verità, ma è più forte della violenza cui sembra soccombere. C’è l’epopea della vita e del destino di un popolo (Vasilij Grossman è in sottofondo), è un inno agli uomini i quali anche se assassinati spezzano le ossa all’ideologia e al tiranno. […] il finale mostra come andarono le cose. Gli ufficiali sono condotti sulle fosse, incaprettati. Vedono la morte e dicono uno in fila all’altro il Padre nostro. Si capisce che loro sono fatti per l’eternità, che la verità non muore seppellita anche se annega nel sangue. Gli esecutori sono perduti anche se hanno in pugno la pistola fumante.»

Commento
Ci sono film “impegnati” che sono strutturalmente destinati a essere visti da pochi e a non fare notizia. Ci sono film “impegnati” che sarebbero invece destinati a essere visti da molti e a fare notizia (perché riguardano la storia di tutti) e non la fanno. Perché il mercato, come si sa, non si governa da sé. È sempre orientato. Questo è il caso di Katyn, ultima fatica di Wajda.
In breve, la storia del film. A Katyn, nel 1939, per ordine del Politburo di Stalin, l’Armata Rossa massacra a freddo circa 20’000 giovani ufficiali polacchi, che sarebbero stati la futura classe dirigente della Polonia. La cornice è il patto Molotov-Ribbentrop tra Unione Sovietica e Terzo Reich sulla spartizione della cattolica nazione polacca. Uno dei momenti più bassi della storia europea. I due totalitarismi, quello comunista e quello nazista, accomunati nei metodi e nelle ambizioni di potere, seppur ideologicamente opposti, si sono trovati in perfetto accordo sull’annientamento del popolo polacco.
A lungo la verità sulla strage è stata tenuta nascosta. In Italia si è deciso di prolungare questo silenzio. Il film  di Wajda non ha trovato ospitalità tranne che in pochissime sale cinematografiche, che hanno osato sfidare una censura tuttora profonda. È un altro capitolo del negazionismo italiano. Sembra non sia ancora venuto il momento di dire, a chiare lettere, che, ovunque si sia realizzato storicamente, il comunismo si è sistematicamente retto sulla violenza, rendendosi protagonista di fatti tragicamente inumani. La mentalità rassicurante e manichea che vorrebbe il male a destra e il bene a sinistra può dunque proliferare indisturbata. I manuali di storia possono rimanere invariati. Chi ha campato sulle menzogne può continuare a dormire sonni tranquilli.
La storia è ancora tutta da scrivere. Non per amor di polemica, ma per esigenza del vero. È la verità che all’uomo interessa. La speranza infatti non viene né da destra né da sinistra, ma da qualcosa per cui valga veramente la pena vivere e morire. Come hanno testimoniato gli ufficiali polacchi sterminati a Katyn, sfidando la ragione e il cuore di quanti li hanno uccisi e di tutti coloro che avranno il coraggio di vedere il film che ne narra la vicenda drammatica nelle poche sale in cui verrà proiettato.

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