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Rassegna stampa CLU dal 23 marzo al 26 aprile 2010

W la Politica!

«I costi della guerriglia», Massimo Franco, Corriere della Sera, 23.04.2010
«Da oggi comincia un rapporto che chiamare coabitazione è eufemistico: siamo alla vigilia di una guerriglia quotidiana, anche in Parlamento, capace di destabilizzare il Paese. Quella a cui si è assistito ieri a Roma, durante la direzione del Pdl, è stata una rottura esasperata, viscerale fino a sfiorare lo scontro fisico. […] Fini certifica col suo strappo la propria marginalità nel Pdl, pur di lesionare l’immagine del Cavaliere come amalgama della maggioranza. […] A questo punto, Fini non ha nulla da perdere; Berlusconi e il Paese, molto di più»

«Una politica staccata dalla realtà», Mario Calabresi, La Stampa, 24.04.2010
«Archiviate le elezioni regionali doveva cominciare una nuova fase di riforme costituzionali e di politiche capaci di rispondere alla necessità di un’Italia a cui mancano una bussola, una prospettiva e un disegno di largo respiro. […] Invece si discute addirittura della possibilità di elezioni anticipate e lo slancio riformista sembra già miseramente crollato. Difficile aspettarsi che i cittadini comprendano le ragioni per tornare alle urne, più facile immaginare che il numero dei disillusi e disgustati cresca ancora. Alle regionali quattro elettori su dieci sono rimasti a casa o hanno lasciato la scheda bianca, ma quanto deve ancora crescere l’area dello scontento per mettere in allarme una politica che ha perso ogni contatto con la realtà? […] Si dovrebbe avere il coraggio di discutere di cosa ha bisogno l’Italia, su quale ruolo vuole avere oggi in un mondo che è cambiato drammaticamente. Alla politica si chiedono certezze, stabilità, la capacità di non farci sconfiggere dalle sfide globali»

«Risorgimento e 25 Aprile: così è nata la nostra nazione», Giorgio Napolitano, Corriere della Sera, 25.04.2010
«La complessità dei problemi che si sono venuti accumulando nei decenni dell’Italia repubblicana – talvolta per eredità di un più lontano passato – esige un grande sforzo collettivo, una comune assunzione di responsabilità. […] Si tratta […] di uscire da una spirale di contrapposizioni indiscriminate, che blocca il riconoscimento di temi e impegni di più alto interesse nazionale, tali da richiedere una limpida e mirata convergenza tra forze destinate a restare distinte in una democrazia dell’alternanza. All’auspicabile crearsi di questo nuovo clima può contribuire non poco il diffondersi tra gli italiani di un più forte senso dell’identità e unità nazionale»

Commento
La direzione nazionale di giovedì 22 aprile a Roma è stata il palcoscenico dell’aspro confronto tra i due principali fondatori del Pdl, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Il Presidente della Camera – che qualche giorno prima aveva annunciato l’intenzione di creare gruppi parlamentari autonomi – ha assunto una posizione fortemente polemica nei confronti del suo partito e soprattutto del suo leader, il Presidente del Consiglio.
Fin qui niente di strano. Degno di nota, infatti, non è tanto il conflitto, ingrediente in un certo senso normale, quanto il fatto che nel discorso di Fini non fosse in primo piano il motivo del dissenso, ma il dissenso in se stesso. Vero sconfitto nelle elezioni regionali (in cui ha vinto l’asse Berlusconi-Bossi-Tremonti), Fini è sembrato volersi spingere il più possibile in avanti nel paventare una rottura per ricapitalizzare la sua posizione politica interna (in vista del dopo-Berlusconi). Se la sua iniziativa gode di scarsi consensi dentro il partito, essa catalizza tuttavia istanze e pruriti di schieramenti ed élites cui Berlusconi e il berlusconiano “popolo” delle libertà continuano a risultare come “fumo negli occhi”.
Quello che fa specie è che tutto ciò avvenga sulla pelle degli italiani, mentre il Paese aspetta un’azione di governo finalmente libera da ricatti elettorali, attenta ai problemi della gente, ed è sempre più assetato di riforme. Con sinistro tempismo, nel momento in cui si producono le condizioni per agire, qualcosa interviene a distogliere l’attenzione. Il tempo delle riforme è già finito prima di iniziare? Assisteremo di qui alla fine della legislatura alla “guerriglia” per l’erosione della immagine di Berlusconi e per la conquista della leadership in uno scenario post-berlusconiano? Con una opposizione che cercherà di trarre da essa il massimo profitto, afflitta da un endemico vuoto di idee e di proposte?

L’ideale, il progetto, il perseguimento (anche solo teorico o retorico) del bene comune sono in questo momento i grandi assenti dalla scena. Lo ha detto in altri termini anche il Presidente Napolitano. Ma se la vita politica diverrà sempre più il teatro di personalismi in lotta, della ricerca del puro potere, dovremo cominciare a preoccuparci: la morte della politica è vicina. E non è affatto vero che si stia meglio senza politica. Di politici veri, che accettino la responsabilità che deriva dal servizio cui sono chiamati, e di partiti reali – radicati cioè nella vita della gente, sensibili ai loro problemi e capaci di valorizzare i tentativi di costruzione che vengono dal basso – abbiamo più bisogno che mai. C’è da augurarsi che chi ha un contributo da offrire non si tiri indietro e che chi può fare spazio non ragioni secondo la logica del “muoia Sansone con tutti i Filistei”.
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