Marco Tarquino
Avvenire, 27 maggio 2004
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Gli slogan sono suggestivi, a cominciare dall'«hic sunt leones» che
recupera l'ideale, antica pietra di confine del mondo civile e la capovolge
radicalmente in chiave no-global e anti-occidentale. Le intenzioni di
lotta suonano non violente eppure bellicose: «Bloccheremo questa
città coi nostri corpi e con la protesta dei cappucci».
L'obiettivo dichiarato è trasformare la visita del presidente
degli Stati Uniti George W. Bush - il prossimo 4 giugno, a 60 anni dalla
liberazione di Roma dai nazisti a opera degli americani - in un tormento
per l'ospite e, piaccia o non piaccia, in una giornata di rischiosi disordini
e di gravi tensioni per la Città Eterna. Tant'è che la
prova di forza s'inizierà già il 2 giugno, con il tentativo
di impedire la tradizionale parata celebrativa della proclamazione della
Repubblica Italiana.
Arrivano a chiamarla «guerra contro la guerra». Ovviamente
l'unica guerra di cui oggi si parli nel nostro mondo senza pace. Quella
che proprio George W. Bush volle fortissimamente combattere in Iraq poco
più di un anno fa. Quella che insanguina un tragico dopoguerra
che è impossibile chiamare pace. Quella che continua a sovrapporsi
drammaticamente - senza per ora vincerlo - al conflitto scatenato con
spietato calcolo e imprevedibile metodo dai terroristi di al-Qaeda.
«
Guerra contro la guerra di Bush», insomma. E niente e nessuno pare
in grado di distogliere dalle operazioni la galassia di gruppi e partiti
che l'ha ingaggiata nel nome della pace. Non l'apertura in sede Onu di
un cruciale negoziato sul futuro dell'Iraq. Non le proposte di mobilitazione
alternativa (e niente affatto piazzaiola) articolate da leader e forze
dell'opposizione parlamentare. Non i crescenti allarmi delle forze dell'ordine
che, in giorni di supervigilanza anti-terrorismo, sono costrette a preoccuparsi
anche per l'insinuarsi tra le fila dei manifestanti e, a maggior ragione,
sotto gli annunciati, simbolici e protettivi, «cappucci neri della
protesta anti-torture» di frange violente e di elementi anarco-insurrezionalisti,
italiani e non solo.
Emerge in questo atteggiamento - encomiabilmente preoccupata dei grandi
beni dell'umanità (la pace, la libertà, la dignità umana...),
ma spesso stranamente noncurante del concreto qui e ora di popoli e città -
l'ostinazione tipica di coloro che presumono di stare comunque dalla
parte giusta e che, proprio per questo, giudicano con inscalfibile sicurezza
chi sta dalla parte sbagliata. Basta del resto scorrere le dichiarazioni
di certi portavoce - più o meno a viso scoperto - dei "disobbedienti" (e
dei loro compagni di strada) per veder precipitati nella medesima malabolgia
da nemici del genere umano torturatori americani ad Abu Ghraib, poliziotti
di casa nostra in servizio di ordine pubblico, uomini politici italiani
(soprattutto) di maggioranza e (un po') di opposizione oltre che, naturalmente,
George W. Bush. Sentenze più o meno simili a quelle su torturatori
iracheni ad Abu Ghraib, funzionari delle Nazioni Unite incaricati di
indagare su armi proibite, uomini politici della «vecchia Europa» oltre
che, naturalmente, su Saddam Hussein che ispirarono e accompagnarono
la nuova guerra a guida americana nel Golfo Persico.
Nessuno se ne abbia a male. Non proponiamo di certo impossibili parallelismi
(basti solo ricordare che nessun generale di Saddam redasse mai dossier
d'accusa sui torturatori di regime...). Né intendiamo proporre
salvacondotti per alcuno (in democrazia mille sono i modi per protestare
dissenso). Vogliamo solo segnalare quella singolare propensione a ragionare
secondo schemi da opposizione estremistica. Gli schemi di chi va alla
guerra, anche se parla di pace. E che in momenti cruciali, incredibilmente,
sembra non cogliere il desolante paradosso.
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