Con esplicito riferimento alla attuale tornata elettorale Comunione e Liberazione ha voluto ricordare che la Chiesa Cattolica ha sempre indicato la “libertas Ecclesiae” - vale a dire il riconoscimento e la tutela della propria libertà - come criterio ideale per giudicare l’esercizio del potere civile e i programmi delle parti politiche. Una constatazione ineccepibile ma di cui non è immediatamente evidente la pertinenza alla attuale chiamata alla urne. C’è infatti da chiedersi se nel nostro Paese la libertà della Chiesa sia davvero in pericolo, e occorra, di conseguenza, mettere in campo uno specifico impegno di natura elettorale e una successiva azione politica per una sua adeguata protezione.
Si potrebbe infatti obiettare che la libertà dei credenti e delle confessioni religiose è ampiamente riconosciuta dalla Carta fondamentale, e che, per di più, alla Chiesa Cattolica è garantita specifica e diretta protezione dagli Accordi stipulati dalla Repubblica Italiana con la Santa Sede nel 1984. E che, in ogni caso, sotto questi profili, la situazione del nostro Paese si colloca nel panorama mondiale tra quelle più apprezzabili.
Tutto questo è incontestabile, ma non va dimenticato che in tutti i campi la libertà è un bene sempre minacciato dal potere e che quindi non può mai essere dato per scontato. Ma, a questa avvertenza di carattere generale valida in qualunque situazione, occorre aggiungere che in Italia non mancano alcune preoccupanti manifestazioni di insofferenza nei confronti della presenza della Chiesa nella società.
Anche se in tempi di campagna elettorale questi orientamenti sono, per ovvie ragioni, alquanto dissimulati, è ben noto come non pochi politici, tra cui alcune persone attualmente ancora al governo, e diversi accreditati opinionisti di importanti quotidiani e periodici, sostengano in modo più o meno coerente e assoluto la seguente tesi: i credenti si astengano pure da comportamenti e prassi incompatibili con le loro personali convinzioni, ma non pretendano di vietarli ad altri. Vale a dire: i cattolici, fatto salvo il doveroso rispetto delle leggi dello Stato, possono senz’altro agire come meglio credono, ma non hanno titolo a promuovere una legislazione che rispecchi le loro convinzioni sulla persona umana e sulla società. Tali concezioni, in quanto derivanti dalla religione, non hanno diritto di cittadinanza fuori dalle coscienze, anche perché, a ben guardare, le religioni producono divisioni tra gli uomini, ostacolano il progresso, sono in contrasto con la ragione e le conoscenze scientifiche.
Si giunge così con il propugnare un’inaccettabile discriminazione tra i cittadini, riconoscendo a tutti il diritto, per non dire il dovere, di concorrere, nelle modalità previste dalla Costituzione, alla modulazione della vita pubblica nei suoi diversi aspetti, salvo che a quei cattolici che intendano agire secondo le proprie più profonde convinzioni. Un sopruso che ricade sotto la denuncia di carattere generale formulata da Benedetto XVI: “la tolleranza che ammette per così dire Dio come opinione privata, ma gli rifiuta il dominio pubblico, non è tolleranza ma ipocrisia”. Infatti autentica libertà religiosa è solo quella che permette a chi crede di esprimersi secondo la propria fede, con tutte le implicazioni culturali, sociali e politiche che ne derivano.
Va peraltro osservato che questa sorta di interdizione a intervenire nella vita politica e sociale non viene opposta tanto a singoli fedeli, quanto, e in termini assai espliciti e decisi, al papa e ai vescovi, quando si pronunciano su temi come l’aborto, la fecondazione assistita, le unioni di fatto, l’eutanasia, e la c.d. pillola del giorno dopo. Queste reazioni meritano attenzione in quanto rivelano una marcata insofferenza, se non una decisa ostilità, non solo nei riguardi di determinati precetti o dottrine morali o del cristianesimo genericamente inteso, quanto della stessa Chiesa. Le contestano, infatti, il diritto di pronunciarsi nelle materie che possono essere oggetto della legislazione statale, con motivazioni che integrano quelle già ricordate circa l’irrilevanza pubblica delle convinzioni di natura religiosa, ma anche con fantasiose argomentazioni di carattere istituzionale. Basti in proposito ricordare che un noto giornalista ha sostenuto la singolare tesi che in sé e per sé i discussi pronunciamenti della gerarchia sarebbero leciti, ma cessano di esserlo in presenza di un concordato. Teoria del tutto infondata poiché è proprio questo strumento a riconoscere e persino ad esigere la presenza della Chiesa in ambito sociale e pubblico. Infatti la Repubblica Italiana e la Santa Sede, dopo aver ribadito la rispettiva sovranità e indipendenza, vi si impegnano “alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese”. E non è nemmeno mancato chi, per far tacere la Chiesa, non ha esitato a ricorrere al ricatto economico, auspicando o minacciando l’abrogazione dell’otto per mille. Ovviamente senza far presente che non si tratta di un privilegio concesso alla Chiesa Cattolica, ma di una forma di finanziamento già in vigore per altre cinque confessioni religiose e accessibile a tutti i culti che pervengano alle intese con lo Stato previste dall’art. 8 della Costituzione.
Non si può tuttavia escludere che anche in ambienti cattolici vi sia un certo disagio nei confronti dei ricordati interventi della gerarchia e sia diffusa la convinzione che la Chiesa farebbe bene ad occuparsi di questioni “spirituali” e a pronunciarsi su altri argomenti solo quando i suoi insegnamenti incontrino il gradimento dei potenti di turno o dei maîtres à penser in voga. Senza rendersi conto che in questo modo si nega alla Chiesa una prerogativa fondamentale del compito affidatole dal Signore, che il Concilio Vaticano II le ha rivendicato con forza. Ha infatti insegnato che la Chiesa ha il diritto “sempre e dovunque, e con vera libertà”, di “predicare la fede e insegnare la propria dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la propria missione tra gli uomini e dare il proprio giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime” (costituzione “Gaudium et spes”, n. 76).
Non resta che concludere che il riferimento alla “libertas Ecclesiae” come criterio da tenere ben presente nelle prossime opzioni elettorali è del tutto pertinente, ed anche decisamente meno vago e impreciso del generico richiamo a “valori” e “identità cristiana”.
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