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Le ragioni dell’astensione
Dall’intervento di Giancarlo Cesana, responsabile di Comunione e Liberazione, all’incontro pubblico di sabato 14 maggio al Palalido di Milano con Giuliano Ferrara, dal titolo: “Fratello embrione, sorella verità”.

L’incertezza, questo buio che c’è dentro, sta diventando dominante. Sta diventando superbo come diceva Leopardi ne “Il pensiero dominante”: «Questa età superba che di vote speranze si nutrica, vaga di ciance, e di virtù nemica; stolta che l’util chiede, e inutile la vita quindi più sempre divenir non vede». Don Giussani commentando questi versi diceva: è la descrizione molto più dei nostri tempi che non dei suoi.
Il problema è che cosa fare tenendo conto che una battaglia intellettuale, per quanto intensa, non è sufficiente. L’uomo è caduto in questo buio perché è stato lasciato solo, è stato reso solo. La persecuzione dell’uomo moderno è la solitudine. Il crollo della ragione non è dovuto alla mancanza delle idee, ma alla mancanza dell’affetto; è dovuto alla mancanza del legame, del legame che porta l’idea, della carne.
Noi dobbiamo fare una battaglia sul modo di utilizzare la ragione. Perché un valore sconfitto è comunque sconfitto, lo abbiamo visto col divorzio e con l’aborto (avevamo detto che da lì sarebbe venuto tutto il resto... ed è venuto). Se passa anche questo, andrà avanti ancora peggio. Quindi non è solo il problema dell’embrione, è un problema di ragioni che noi ci diamo.
L’astensione, che è un non voto, ha tre caratteristiche.

1. Astenersi non vuol dire non esserci. Questa manifestazione è la dimostrazione del contrario. Se noi contassimo tutte le manifestazioni che abbiamo fatto, senza dubbio sono molte di più di quelle che hanno fatto gli altri. Se noi raccontassimo tutto il tentativo educativo che abbiamo fatto, senza dubbio abbiamo fatto molto di più degli altri. (…) La prima caratteristica di questa posizione non è una furbata, non è un tirarsi indietro, ma è un atto di presenza.

2. In secondo luogo: quella che viene chiamata “indifferenza” dobbiamo cercare di rispettarla di più. Molta gente non sa che pesci prendere di fronte a questo referendum, non si rende nemmeno conto dei quesiti e decide di stare fuori, si astiene. Non capisco che male ci sia a stare fuori. Non capisco che problema ci sia a riconoscere il valore positivo di questa confusione. É molto meglio che chi non capisce si astenga piuttosto che andare a scrivere sì, perché così fa anche un danno. Questo va valorizzato ed è un terreno su cui entrare. D’altra parte, in una battaglia politica, in un quesito elettorale, la partecipazione è il segno di quanto la cosa interessi.

3. Terza ragione, di carattere politico: come è stato detto, questa è una legge passata dal Parlamento a maggioranza trasversale. Dobbiamo finirla con la leggerezza con cui vengono utilizzati gli strumenti degli scioperi generali e dei referendum. Chi li usa deve dimostrare di aver avuto ragione nell’usarli. Deve dimostrare che è capace di convincere una maggioranza degli italiani ad andare a votare ed eventualmente anche in suo favore. Il referendum non l’ho voluto io. E io a votare non ci vado e incoraggio tutti a non andarci. Tra l’altro mi hanno detto che i promotori del referendum, se riesce, prendono anche i soldi. A me il pensiero mi fa venire l’orticaria.
Andare a votare no è un eccesso di zelo. A parte le notazioni della Bibbia sugli zeloti, c’è un osservazione ironica che mi permetto di citare, di Talleyrand, il più grande politico mai esistito. Ai suoi funzionari diceva sempre: «Mi raccomando, niente zelo». Noi dobbiamo costruire.

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