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Roma, 7 ottobre 2008 – Sinodo dei Vescovi
Intervento di Filippo Santoro
Vescovo di Petrópolis – Brasile


1. “Il Verbo si fece carne”(Gv 1,14): Parola di Dio, ultima e definitiva è Gesù Cristo, la sua persona, la sua missione, la sua storia, intimamente unite, secondo il piano del Padre, che culmina nella Pasqua ed ha il suo compimento quando Gesù consegnerà il Regno al Padre (cf. 1 Cor 15,24). Egli è il Vangelo di Dio ad ogni persona umana (cf. Mc 1,1). (Instrumentum Laboris 9 c).

La Parola di Dio è un fatto; è la persona di Gesù Cristo che gli Apostoli hanno incontrato quando camminava lungo il mare della Galilea e che la Chiesa proclama come uno che può essere incontrato oggi nelle strade della nostra vita.

C’è una sfida che questo annunzio deve superare per non essere un mito consolatorio, inventato dall’uomo in cerca di ragioni per vivere; la sfida è innanzitutto antropologica. E cioè se questo fatto si dimostra capace di superare lo spazio e il tempo come qualcosa che non decade, che non si logora e risponde in maniera unica e singolare all’attesa del cuore dell’uomo.
L’esperienza mostra che le cose brillano e col tempo si consumano; già diceva l’antico poeta greco Mimnermo: “Come le foglie che fa germinare la stagione della primavera” e con lui, Arnault, Leopardi e la letteratura di tutti i tempi. Anche l’io decade e ciò che ci aveva affascinato, col tempo perde valore, si consuma o non ci attrae più. La grande domanda, che anche la cultura contemporanea non può negare, è se esiste qualcosa che realizzi pienamente le esigenze del cuore e che duri nel tempo, per sempre.

Leggiamo nella Dei Verbum “Gesù Cristo, dunque, Verbo fatto carne, mandato come ‘uomo agli uomini’, ‘parla le parole di Dio’ (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cf. Gv 5,36; 17,4)” (n. 4). La Parola eterna si identifica con quest’uomo e in Lui trovano compimento la Legge e i Profeti.

2. La dinamica dell’incarnazione pone l’altra sfida che è importante approfondire: la sfida del metodo. La Parola fatta carne indica non solo un contenuto salvifico, ma anche un metodo mediante il quale gli apostoli cominciano a capire se stessi. Nell’incontro con Gesù si risveglia qualcosa che in loro era addormentato e cominciano a intravedere qualcosa di positivo per il loro destino.

Il metodo implicato dall’incarnazione, tema questo sviluppato da don Giussani, è il seguire quell’avvenimento in cui il miracolo si fa presente: l’esperienza di un fatto umano che rivela qualcosa che va oltre, la presenza della salvezza. In tutti gli incontri biblici con Andrea, Giovanni, Pietro, Zaccheo, la samaritana eccetera, seguendo quell’uomo si incontrava altro, il destino, il Padre. Questo stesso metodo continua dopo la risurrezione attraverso l’incontro con il corpo visibile di Cristo, la Chiesa, avendo Pietro come capo. Il Nuovo Testamento e la Tradizione della Chiesa ci indicano il dinamismo di questo metodo che consiste nel coinvolgimento della vita con questo fatto che, nella forza dello Spirito e per mezzo del suo corpo, si fa a noi contemporaneo e raggiunge i confini del mondo.

Per questa ragione, nell’attuale discussione sui ministeri, ci permettiamo di osservare che questi, per se stessi, non suscitano l’incontro, ma finiscono per aumentare la burocratizzazione della Chiesa. Ciò che suscita l’incontro è solamente l’azione dello Spirito che, come dice la Lumen Gentium 12, è all’origine dei doni gerarchici e dei doni carismatici. Per mezzo dei carismi lo Spirito mostra attraente il volto di Cristo anche per l’uomo di oggi e suscita la sequela della Parola fatta carne.

Nella V Conferenza di Aparecida i Vescovi dell’America Latina, riprendendo il Discorso inaugurale di papa Benedetto, hanno detto:
“La Chiesa non cresce per proselitismo, ma ‘per attrazione’: come Cristo ‘attira tutti a sé’ con la forza del suo amore” . La Chiesa ‘attrae’ quando vive in comunione, poiché i discepoli di Gesù saranno riconosciuti se si amano gli uni gli altri come egli li ha amati (cf. Rm 12,4-13; Gv 13,34)” (159).

La Chiesa offre agli uomini, assetati di vita vera e non di illusioni, l’attrazione dell’amore di Cristo che si offre nell’incontro con i suoi discepoli e che costituisce il metodo della sequela della Parola.

Ed ancora,ilDocumento diAparecida continua:
“La natura stessa del cristianesimo consiste, pertanto, nel riconoscere la presenza di Cristo e nel seguirlo. Questa è stata la meravigliosa esperienza di quei primi discepoli che, incontrando Gesù, rimasero affascinati e pieni di stupore dinanzi alla eccezionalità di chi parlava loro, dinanzi al modo come li trattava, dando risposta alla fame e sete di vita dei loro cuori. L’evangelista Giovanni ci ha raccontato, con forza icastica, l’impatto che la persona di Gesù produsse nei primi due discepoli, Giovanni e Andrea, che lo incontrarono. Tutto comincia con la domanda: “Che cercate?” (Gv 1,38). Alla quale fece seguito l’invito a vivere un’esperienza: “Venite e vedrete”(Gv 1,39). Questa narrazione rimarrà nella storia come sintesi unica del metodo cristiano” (244).

3. Di qui scaturisce il discepolo missionario. “Questa è la sfida fondamentale che stiamo affrontando: mostrare la capacità della Chiesa di promuovere e di formare discepoli e missionari che corrispondano alla vocazione ricevuta e sappiano comunicare ovunque, trasbordando di gratitudine e gioa, il dono dell’incontro con Cristo.
Non abbiamo altro tesoro all’infuori di questo. Non abbiamo altra felicità o priorità, se non quella di essere strumento di Dio nella Chiesa, perché Gesù Cristo venga incontrato, seguito, amato, adorato, annunciato e comunicato a tutti, nonostante tutte le difficoltà e le resistenze” (14).

Dinanzi alla sfida del secolarismo, del relativismo e delle nuove denominazioni religiose la Chiesa ripropone i tratti inconfondibili della Persona di Cristo, Parola fatta carne e risposta definitiva al cuore delle persone del nostro tempo. Per la forza irresistibile dello Spirito nasce la conversione costante, la testimonianza, l’annuncio.
Il sacro Sinodo della Parola è il Sinodo della missione.

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