ENZO
MAZZI
Il manifesto, 16 Aprile 2003 |
Al
punto in cui siamo occorre un colpo d'ala. Il riproporsi della guerra
a livelli sempre più distruttivi impone di ripensare in profondità tutti
gli aspetti della convivenza umana: economia, politica, religioni,
relazioni. Bisogna gridare contro la guerra e contro l'ingiustizia,
e gridare forte, ma non basta. E' qui la novità del nuovo pacifismo
innestato sui Forum sociali. Come la guerra è il frutto compiuto
del globalismo liberista, così anche la pace non può che
essere il frutto speculare del globalismo sociale. La pace si presenta
sempre più come un processo rivoluzionario capace di modificare
in profondità tutti gli assetti sociali. Le stesse religioni
ne sono investite sebbene ancora non se ne abbia sufficiente consapevolezza
perfino all'interno dei movimenti nuovi. La Pasqua è un aspetto
esemplare di questa trasformazione in atto.
La Pasqua fra guerra e pace.
Pasqua è un termine ebraico, pesah, trascritto in greco con la parola
pascha che in latino s'intreccia col termine pascua il quale serve a indicare
i pascoli. Significa letteralmente «passaggio». La festa di
Pasqua nasce come grande festa della primavera di tipo agricolo-pastorale.
Acquista poi gradualmente significati religiosi, storici, politici. Al
fondo però mantiene sempre questo tema del passaggio: perdere una
condizione e tendere a un'altra senza averla ancora acquisita. Come avviene
per la natura a primavera. Quindi il passaggio a livello esistenziale è essenzialmente
un vuoto. La simbologia pasquale cristiana è infatti segnata dall'assenza
e al tempo stesso dall'attesa: il sepolcro vuoto e la speranza del ritorno.
Non è un quadro simbolico esclusivo del cristianesimo. Ogni religione
ha riti che testimoniano una visione della realtà e della vita come
fatidico passaggio. Che l'orizzonte simbolico sia legato ai cicli della
natura, come nelle religioni animiste, oppure ai profondi flussi vitali
dell'esistenza, come nelle religioni orientali, o al finalismo storico
e trascendente, come nelle religioni monoteiste, si tratta sempre nella
sostanza di marcare un'assenza, una tensione, un vuoto attivamente e creativamente
recettivo.
Finché le religioni si ignoravano reciprocamente, ognuna, ingenuamente
o per sete di potere, poteva credere di possedere la mappa esclusiva, unica
vera, di tale decisivo passaggio. Anzi, la mappa cessava di significare
il cammino e diveniva approdo, cioè soluzione dei problemi morali,
patrimonio della verità, monopolio dei valori, dono della salvezza.
E le religioni invece di spingere l'uomo e la società alla ricerca,
invece di accompagnare il "passaggio", hanno finito per eliminare
quel "posto vuoto" che nessun potere, nemmeno il potere religioso,
può occupare senza defraudare l'uomo a cominciare dall'ultimo, il
più assetato di "passaggio", di liberazione, di speranza.
Ormai però si diffonde ovunque, in tutte le fedi e tradizioni religiose,
il senso di un'unità di fondo che è prima e oltre le differenziazioni.
In luogo della contrapposizione religiosa s'instaura la ricerca di integrazione
e cresce la valorizzazione reciproca su un piano di parità. Le religioni
muoiono come depositarie del potere salvifico, come pienezza di verità,
per rinascere unicamente come animatrici dell'assenza e dell'attesa, come
testimoni del "posto vuoto": in linguaggio cristiano si direbbe «testimoni
della tomba vuota», cioè della resurrezione. E' rilevante
il fatto che nei Vangeli tomba vuota e resurrezione s'identificano. Le
donne e gli apostoli non vedono mai la resurrezione come evento a sé,
come rianimazione del corpo morto. Vedono solo l'assenza del corpo e le
apparizioni in forma nuova e misteriosa, apparizioni variamente interpretabili,
comprensibili anche come elaborazione dell'assenza e come esperienza di
attesa. E' l'assenza, è il vuoto, la sostanza della resurrezione.
Ed è sul riemergere di questo senso del vuoto nelle religioni che
rinasce la speranza di un mondo pacificato. Non c'è vero ecumenismo
senza riscoperta del vuoto. E non ci sarà mai pace sulla terra partendo
dalla pienezza e dal dogmatismo. Ma le resistenze sono ancora molto forti.
Anzi forse s'intensificano proprio perché viene avvertito incombente
il processo di svuotamento. Il sangue che scorre copioso sulle frontiere
religiose-nazionaliste-integraliste testimoniano di un'ultima feroce resistenza
alla nascita delle religioni come passaggio. E attesta però ugualmente
tale resistenza la violenza morale degli irrigidimenti autoritari di poteri
religiosi che rifiutano di considerarsi fondamentalisti ma continuano a
condannare, colpevolizzare, scomunicare, escludere.
La resurrezione tra perennità del sacrificio e annuncio
di liberazione
Dare senso positivo a un apparente fallimento: questa sembra essere, dopo
la crocifissione, l'ansia del movimento di cui Gesù faceva parte.
L'originaria tradizione dell'esperienza pasquale è una reazione
forte, creativa, di fede profonda di fronte al fallimento delle speranze
messianiche. La crocifissione aveva colpito al cuore il movimento di cui
Gesù faceva parte. Li aveva come uccisi tutti. Si sentivano defraudati
della loro identità più intima, che era l'identità messianica. «Cristo»,
cioè «unto-inviato» per liberarsi e liberare, non era
il solo Gesù, erano tutti loro insieme. La crocifissione li inchioda
tutti. Ed è lì che scocca la scintilla di una fede capace
di ridare senso nuovo a tale identità: «Cristo» vive.
E sono loro stessi che tornano a vivere e a impegnarsi per il compito messianico.
E Gesù resta in mezzo a loro perché l'amore è più forte
della morte. E' qui, il succo della resurrezione. Ma questo processo di
resurrezione innesca prima implicitamente poi sempre più consapevolmente
un altro processo ad esso collegato: la glorificazione di Gesù e
piano piano la sua mitizzazione e il suo distacco. E' lui in persona che
risuscita, è lui che ritornerà, è lui che è morto
e doveva morire per i peccati, è lui che viene glorificato, è lui
che salva col suo sacrificio. Finché viene elaborata la dottrina
della divinizzazione: Dio ha inviato il suo figlio unigenito proprio per
offrirlo in sacrificio di espiazione a soddisfazione della sua giustizia
infinita e infinitamente esigente. E nasce la fede in Gesù risorto
come sequela, nasce il cristianesimo, s'innesta il connubio col potere.
Ma il vangelo della resurrezione ha alimentato sempre anche la fede nella
fine della cultura del sacrificio e della violenza. Tale vangelo è stato
riscritto creativamente innumerevoli volte da tutti i "crocifissi" della
storia di questi due millenni: chi con fede religiosa-trascendente, chi
con fede laica, chi con l'una e l'altra hanno rivissuto l'esperienza pasquale
come speranza storica quale premessa di ogni altro adempimento ultrastorico.
Noi riceviamo quella tradizione evangelica con tutta la densità storica
e la duplicità di cui essa è carica. E non possiamo non compiere
un faticoso lavoro di discernimento.
Finirla con l'idolatria del risorto
L'impegno di cristiani consapevoli può essere quello di completare
oggi quello che manca a quella tradizione, di riscrivere oggi quel vangelo.
Finirla con l'idolatria di Gesù, con la sua mitizzazione, con l'esclusivismo
della sua figura. Finirla con la sequela obbediente. Finirla con il retaggio
storico immutabile di peccato-sacrificio-salvezza. Attualizzare per la
forza dello Spirito oggi da protagonisti, e non da seguaci pecore di un
ovile di sacrificati, la valenza storica e non solo ultrastorica della
morte/resurrezione di Cristo.
E' la teologia che oggi si esprime ad esempio a partire da esperienze attuali
di liberazione come quelle delle comunità di base. Esse tentano
di offrire elementi di consapevolezza per disinnescare l'ordigno esplosivo
insito nel cortocircuito fra peccato-sofferenza-morte-salvezza. La morte
di croce ha un significato storico. Gesù è stato crocifisso
perché insieme ad altri alimentava la speranza di un mondo dove
non ci fossero più crocifissi e crocifissori, vittime e carnefici,
ingiustizie e guerre. Su questa terra e non solo in cielo. E' la vita di
Gesù, i valori per cui lui ha vissuto, che dà significato
alla sua morte. E' nella sua vita mortale e limitata la salvezza, come
nella vita di tutti noi. Non nella sofferenza e nella morte considerate
in sé come qualcosa di separato dalla vita, come una punizione per
il peccato. La vita non è il mezzo per poter soffrire e morire e
pagare così il prezzo del peccato alla giustizia infinita e infinitamente
esigente di Dio. La vita e la morte sono una cosa sola. E la morte è immersione
della vita nel mare della vita. E chi vuol chiamare in causa Dio, la cosa
ci riguarda, sarebbe bene che tenesse conto di ciò che dice lo stesso
Vangelo: «E' Dio dei viventi non dei morti».
Gesù "risorto" o Gesù "rinvivito"?
Festa, rito, tradizione, folklore: questa la cornice nella quale anche
quest'anno per lo più è vissuta la Pasqua. Ancora una volta
rimane in ombra il contenuto teologico della Pasqua e cioè la resurrezione/assenza
di Cristo. Ritengo che una grave responsabilità per tale scadimento
della Pasqua a festa e folklore sia della teologia dominante e della divulgazione
catechistica che ha voluto come imbalsamare la resurrezione nel sarcofago
del miracolo. «Gesù risorto» è stato trasformato
di fatto in «Gesù rinvivito».
Forse allo stato delle cose non è facile percepire la differenza,
ma c'è ed è grande. «Gesù risorto» può essere
interpretato come esperienza mistica, spirituale, al limite se si vuole
anche politica (la speranza dell'oppresso che non cede di fronte al supplizio
e non si arrende al patto fra il potere e la morte). «Gesù risorto» può essere
un'esperienza universale da attualizzare e rivivere in ogni epoca da ogni
generazione e persona. Può costituire un contributo originale di
senso, di comprensione e di accettazione positiva e creativa al dramma
umano, e per chi vuole divino, che si svolge tra i due poli perennemente
in tensione e sempre intrecciati della vita e della morte.«Gesù rinvivito» al
contrario è sottratto all'esperienza umana. E' un miracolo eccezionale,
anzi esclusivo. Serve al potere come strumento di dominio, ma non alla
gente. «Gesù rinvivito» è un superuomo protagonista
unico di una specie di sacra rappresentazione in cui l'intera creazione
sarebbe coinvolta in forma assolutamente passiva. La resurrezione come
miracolo che si trascina da duemila anni, imbalsamato nel dogma, perduto
nelle nebbie dei secoli, non parla più neppure al bisogno di sacro.
Se miracolo ha da essere, meglio le lacrime di sangue della madonnina di
Civitavecchia o le guarigioni di Lourdes o i miracoli di padre Pio più attuali
e più a portata di mano.
Se invece la resurrezione di Cristo è una tappa, un momento per
quanto originale, della incessante ricerca umana e per chi vuole divina,
allora può essere rimessa in gioco, può rientrare nella capacità di
comprensione e di accoglimento delle coscienze attuali, può tornare
ad avere un senso per il dramma umano perenne di vita-morte, anzi di vita
che perennemente rinasce, di amore che costantemente si rigenera e si riscatta
da ogni violenta aggressione.
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