Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
E’ con grande gioia che mi incontro con voi in occasione del Congresso
Internazionale "L’olio sulle ferite". Una risposta alle piaghe
dell’aborto e del divorzio, promosso dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo
II per Studi su Matrimonio e Famiglia, in collaborazione con i Knights of
Columbus. Mi compiaccio con voi per la tematica che è oggetto delle vostre
riflessioni di questi giorni, quanto mai attuale e complessa, e in particolare
per il riferimento alla parabola del buon samaritano (Lc 10, 25-37), che
avete scelto come chiave per accostarvi alle piaghe dell’aborto e del divorzio,
le quali tanta sofferenza comportano nella vita delle persone, delle famiglie e
della società. Sì, davvero gli uomini e le donne dei nostri giorni si trovano
talvolta spogliati e feriti, ai margini delle strade che percorriamo, spesso
senza che nessuno ascolti il loro grido di aiuto e si accosti alla loro pena,
per alleviarla e curarla. Nel dibattito, spesso puramente ideologico, si crea
nei loro confronti una specie di congiura del silenzio. Solo nell’atteggiamento
dell’amore misericordioso ci si può avvicinare per portare soccorso e permettere
alle vittime di rialzarsi e di riprendere il cammino dell’esistenza.
In un contesto culturale segnato da un crescente individualismo,
dall’edonismo e, troppo spesso, anche da mancanza di solidarietà e di adeguato
sostegno sociale, la libertà umana, di fronte alle difficoltà della vita, è
portata nella sua fragilità a decisioni in contrasto con l’indissolubilità del
patto coniugale o con il rispetto dovuto alla vita umana appena concepita ed
ancora custodita nel seno materno. Divorzio e aborto sono scelte di natura certo
differente, talvolta maturate in circostanze difficili e drammatiche, che
comportano spesso traumi e sono fonte di profonde sofferenze per chi le compie.
Esse colpiscono anche vittime innocenti: il bambino appena concepito e non
ancora nato, i figli coinvolti nella rottura dei legami familiari. In tutti
lasciano ferite che segnano la vita indelebilmente. Il giudizio etico della
Chiesa a riguardo del divorzio e dell’aborto procurato è chiaro e a tutti noto:
si tratta di colpe gravi che, in misura diversa e fatta salva la valutazione
delle responsabilità soggettive, ledono la dignità della persona umana,
implicano una profonda ingiustizia nei rapporti umani e sociali e offendono Dio
stesso, garante del patto coniugale ed autore della vita. E tuttavia la Chiesa,
sull’esempio del suo Divino Maestro, ha sempre di fronte le persone concrete,
soprattutto quelle più deboli e innocenti, che sono vittime delle ingiustizie e
dei peccati, ed anche quegli altri uomini e donne, che avendo compiuto tali atti
si sono macchiati di colpe e ne portano le ferite interiori, cercando la pace e
la possibilità di una ripresa.
A queste persone la Chiesa ha il dovere primario di accostarsi con amore e
delicatezza, con premura e attenzione materna, per annunciare la vicinanza
misericordiosa di Dio in Gesù Cristo. E’ lui infatti, come insegnano i Padri, il
vero Buon Samaritano, che si è fatto nostro prossimo, che versa l’olio e il vino
sulle nostre piaghe e che ci conduce nella locanda, la Chiesa, in cui ci fa
curare, affidandoci ai suoi ministri e pagando di persona in anticipo per la
nostra guarigione. Sì, il vangelo dell’amore e della vita è anche sempre vangelo della misericordia, che si rivolge all’uomo concreto e peccatore che
noi siamo, per risollevarlo da qualsiasi caduta, per ristabilirlo da qualsiasi
ferita. Il mio amato predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, di cui
abbiamo appena celebrato il terzo anniversario della morte, inaugurando il nuovo
santuario della Divina Misericordia a Cracovia ebbe a dire: «Non esiste per
l’uomo altra fonte di speranza, al di fuori della misericordia di Dio» (17
agosto 2002). A partire da questa misericordia la Chiesa coltiva un’indomabile
fiducia nell’uomo e nella sua capacità di riprendersi. Essa sa che, con l’aiuto
della grazia, la libertà umana è capace del dono di sé definitivo e fedele, che
rende possibile il matrimonio di un uomo e una donna come patto indissolubile,
che la libertà umana anche nelle circostanze più difficili è capace di
straordinari gesti di sacrificio e di solidarietà per accogliere la vita di un
nuovo essere umano. Così si può vedere che i "no" che la Chiesa pronuncia nelle
sue indicazioni morali e sui quali talvolta si ferma in modo unilaterale
l’attenzione dell’opinione pubblica, sono in realtà dei grandi "sì" alla dignità
della persona umana, alla sua vita e alla sua capacità di amare. Sono
l’espressione della fiducia costante che, nonostante le loro debolezze, gli
esseri umani sono in grado di corrispondere alla altissima vocazione per cui
sono stati creati: quella di amare.
In quella stessa occasione, Giovanni Paolo II proseguiva: «Bisogna
trasmettere al mondo questo fuoco della misericordia. Nella misericordia di Dio
il mondo troverà la pace». Si innesta qui il grande compito dei discepoli del
Signore Gesù, che si trovano compagni di cammino con tanti fratelli, uomini e
donne di buona volontà. Il loro programma, il programma del buon samaritano, è
«un cuore che vede. Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo
conseguente» (Enc. Deus caritas est, 31). In questi giorni di riflessione
e di dialogo vi siete chinati sulle vittime colpite dalle ferite del divorzio e
dell’aborto. Avete innanzitutto constatato le sofferenze, talvolta traumatiche,
che colpiscono i cosiddetti "figli del divorzio", segnando la loro vita fino a
renderne molto più difficile il cammino. E’ infatti inevitabile che quando si
spezza il patto coniugale ne soffrano soprattutto i figli, che sono il segno
vivente della sua indissolubilità. L’attenzione solidale e pastorale dovrà
quindi mirare a far sì che i figli non siano vittime innocenti dei conflitti tra
i genitori che divorziano, che sia per quanto possibile assicurata la continuità
del legame con i loro genitori ed anche quel rapporto con le proprie origini
familiari e sociali che è indispensabile per una equilibrata crescita
psicologica e umana.
Avete anche volto la vostra attenzione al dramma dell’aborto procurato, che
lascia segni profondi, talvolta indelebili nella donna che lo compie e nelle
persone che la circondano, e che produce conseguenze devastanti sulla famiglia e
sulla società, anche per la mentalità materialistica di disprezzo della vita,
che favorisce. Quante egoistiche complicità stanno spesso alla radice di una
decisione sofferta che tante donne hanno dovute affrontare da sole e di cui
portano nell’animo una ferita non ancora rimarginata! Benché quanto compiuto
rimanga una grave ingiustizia e non sia in sé rimediabile, faccio mia
l’esortazione rivolta, nell’Enciclica Evangelium vitae, alle donne
che hanno fatto ricorso all’aborto: "Non lasciatevi prendere dallo
scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto,
ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l'avete
fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni
misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento
della Riconciliazione. Allo stesso Padre e alla sua misericordia potete affidare
con speranza il vostro bambino" (n. 99).
Esprimo profondo apprezzamento a tutte quelle iniziative sociali e pastorali
che sono rivolte alla riconciliazione e alla cura delle persone ferite dal
dramma dell’aborto e del divorzio. Esse costituiscono, insieme con tante altre
forme di impegno, elementi essenziali per la costruzione di quella civiltà
dell’amore, di cui mai come oggi l’umanità ha bisogno.
Nell’implorare dal Signore Dio misericordioso che vi assimili sempre più a
Gesù, Buon Samaritano, perché il suo Spirito vi insegni a guardare con occhi
nuovi la realtà dei fratelli che soffrono, vi aiuti a pensare con criteri nuovi
e vi spinga ad agire con slancio generoso nella prospettiva di un’autentica
civiltà dell’amore e della vita, a tutti imparto una speciale Benedizione
Apostolica.
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