San Bonaventura (3)
Cari fratelli e sorelle,
questa mattina, continuando la riflessione di mercoledì scorso, vorrei approfondire con voi altri aspetti
della dottrina di san Bonaventura da Bagnoregio. Egli è un eminente teologo, che
merita di essere messo accanto ad un altro grandissimo pensatore, suo
contemporaneo, san Tommaso d’Aquino. Entrambi hanno scrutato i misteri della
Rivelazione, valorizzando le risorse della ragione umana, in quel fecondo
dialogo tra fede e ragione che caratterizza il Medioevo cristiano, facendone
un’epoca di grande vivacità intellettuale, oltre che di fede e di rinnovamento
ecclesiale, spesso non sufficientemente evidenziata. Altre analogie li
accomunano: sia Bonaventura, francescano, sia Tommaso, domenicano, appartenevano
agli Ordini Mendicanti che, con la loro freschezza spirituale, come ho ricordato
in precedenti catechesi, rinnovarono, nel secolo XIII, la Chiesa intera e
attirarono tanti seguaci. Tutti e due servirono la Chiesa con diligenza, con
passione e con amore, al punto che furono invitati a partecipare al Concilio
Ecumenico di Lione nel 1274, lo stesso anno in cui morirono: Tommaso mentre si
recava a Lione, Bonaventura durante lo svolgimento del medesimo Concilio. Anche
in Piazza San Pietro le statue dei due Santi sono parallele, collocate proprio
all’inizio del Colonnato partendo dalla facciata della Basilica Vaticana: una
nel Braccio di sinistra e l’altra nel Braccio di destra. Nonostante tutti questi
aspetti, possiamo cogliere nei due grandi Santi due diversi approcci alla
ricerca filosofica e teologica, che mostrano l’originalità e la profondità di
pensiero dell’uno e dell’altro. Vorrei accennare ad alcune di queste differenze.
Una prima differenza concerne il concetto di teologia. Ambedue i dottori si
chiedono se la teologia sia una scienza pratica o una scienza teorica,
speculativa. San Tommaso riflette su due possibili risposte contrastanti. La
prima dice: la teologia è riflessione sulla fede e scopo della fede è che l’uomo
diventi buono, viva secondo la volontà di Dio. Quindi, lo scopo della teologia
dovrebbe essere quello di guidare sulla via giusta, buona; di conseguenza essa,
in fondo, è una scienza pratica. L’altra posizione dice: la teologia cerca di
conoscere Dio. Noi siamo opera di Dio; Dio sta al di sopra del nostro fare. Dio
opera in noi l’agire giusto. Quindi si tratta sostanzialmente non del nostro
fare, ma del conoscere Dio, non del nostro operare. La conclusione di san
Tommaso è: la teologia implica ambedue gli aspetti: è teorica, cerca di
conoscere Dio sempre di più, ed è pratica: cerca di orientare la nostra vita al
bene. Ma c’è un primato della conoscenza: dobbiamo soprattutto conoscere Dio,
poi segue l’agire secondo Dio (Summa Theologiae Ia, q. 1, art. 4). Questo
primato della conoscenza in confronto con la prassi è significativo per
l’orientamento fondamentale di san Tommaso.
La risposta di san Bonaventura è molto simile, ma gli accenti sono diversi.
San Bonaventura conosce gli stessi argomenti nell’una e nell’altra direzione,
come san Tommaso, ma per rispondere alla domanda se la teologia sia una scienza
pratica o teorica, san Bonaventura fa una triplice distinzione – allarga,
quindi, l’alternativa tra teorico (primato della conoscenza) e pratico (primato
della prassi), aggiungendo un terzo atteggiamento, che chiama “sapienziale” e
affermando che la sapienza abbraccia ambedue gli aspetti. E poi continua: la
sapienza cerca la contemplazione (come la più alta forma della conoscenza) e ha
come intenzione “ut boni fiamus” - che diventiamo buoni, soprattutto
questo: divenire buoni (cfr Breviloquium, Prologus, 5). Poi aggiunge: “La
fede è nell’intelletto, in modo tale che provoca l’affetto. Ad esempio:
conoscere che Cristo è morto “per noi” non rimane conoscenza, ma diventa
necessariamente affetto, amore” (Proemium in I Sent., q. 3).
Nella stessa linea si muove la sua difesa della teologia, cioè della
riflessione razionale e metodica della fede. San Bonaventura elenca alcuni
argomenti contro il fare teologia, forse diffusi anche in una parte dei frati
francescani e presenti anche nel nostro tempo: la ragione svuoterebbe la fede,
sarebbe un atteggiamento violento nei confronti della parola di Dio, dobbiamo
ascoltare e non analizzare la parola di Dio (cfr Lettera di san Francesco
d’Assisi a sant’Antonio di Padova). A questi argomenti contro la teologia,
che dimostrano i pericoli esistenti nella teologia stessa, il Santo risponde: è
vero che c’è un modo arrogante di fare teologia, una superbia della ragione, che
si pone al di sopra della parola di Dio. Ma la vera teologia, il lavoro
razionale della vera e della buona teologia ha un’altra origine, non la superbia
della ragione. Chi ama vuol conoscere sempre meglio e sempre più l’amato; la
vera teologia non impegna la ragione e la sua ricerca motivata dalla superbia, “sed
propter amorem eius cui assentit” – “motivata dall’amore di Colui, al quale
ha dato il suo consenso” (Proemium in I Sent., q. 2), e vuol meglio
conoscere l’amato: questa è l’intenzione fondamentale della teologia. Per san
Bonaventura è quindi determinante alla fine il primato dell’amore.
Di conseguenza, san Tommaso e san Bonaventura definiscono in modo diverso la
destinazione ultima dell’uomo, la sua piena felicità: per san Tommaso il fine
supremo, al quale si dirige il nostro desiderio è: vedere Dio. In questo
semplice atto del vedere Dio trovano soluzione tutti i problemi: siamo felici,
nient’altro è necessario.
Per san Bonaventura il destino ultimo dell’uomo è invece: amare Dio,
l’incontrarsi ed unirsi del suo e del nostro amore. Questa è per lui la
definizione più adeguata della nostra felicità.
In tale linea, potremmo anche dire che la categoria più alta per san Tommaso
è il vero, mentre per san Bonaventura è il bene. Sarebbe sbagliato vedere in
queste due risposte una contraddizione. Per ambedue il vero è anche il bene, ed
il bene è anche il vero; vedere Dio è amare ed amare è vedere. Si tratta quindi
di accenti diversi di una visione fondamentalmente comune. Ambedue gli accenti
hanno formato tradizioni diverse e spiritualità diverse e così hanno mostrato la
fecondità della fede, una nella diversità delle sue espressioni.
Ritorniamo a san Bonaventura. E’ evidente che l’accento specifico della sua
teologia, del quale ho dato solo un esempio, si spiega a partire dal carisma
francescano: il Poverello di Assisi, al di là dei dibattiti intellettuali del
suo tempo, aveva mostrato con tutta la sua vita il primato dell’amore; era
un’icona vivente e innamorata di Cristo e così ha reso presente, nel suo tempo,
la figura del Signore – ha convinto i suoi contemporanei non con le parole, ma
con la sua vita. In tutte le opere di san Bonaventura, proprio anche le opere
scientifiche, di scuola, si vede e si trova questa ispirazione francescana; si
nota, cioè, che egli pensa partendo dall’incontro col Poverello d’Assisi. Ma per
capire l’elaborazione concreta del tema “primato dell’amore”, dobbiamo tenere
presente ancora un’altra fonte: gli scritti del cosiddetto Pseudo-Dionigi, un
teologo siriaco del VI secolo, che si è nascosto sotto lo pseudonimo di Dionigi
l’Areopagita, accennando, con questo nome, ad una figura degli Atti degli
Apostoli (cfr 17,34). Questo teologo aveva creato una teologia liturgica e una
teologia mistica, ed aveva ampiamente parlato dei diversi ordini degli angeli. I
suoi scritti furono tradotti in latino nel IX secolo; al tempo di san
Bonaventura – siamo nel XIII secolo – appariva una nuova tradizione, che
provocò l’interesse del Santo e degli altri teologi del suo secolo. Due cose
attiravano in modo particolare l’attenzione di san Bonaventura:
1. Lo Pseudo-Dionigi parla di nove ordini degli angeli, i cui nomi aveva
trovato nella Scrittura e poi aveva sistemato a suo modo, dagli angeli semplici
fino ai serafini. San Bonaventura interpreta questi ordini degli angeli come
gradini nell’avvicinamento della creatura a Dio. Così essi possono rappresentare
il cammino umano, la salita verso la comunione con Dio. Per san Bonaventura non
c’è alcun dubbio: san Francesco d’Assisi apparteneva all’ordine serafico, al
supremo ordine, al coro dei serafini, cioè: era puro fuoco di amore. E
così avrebbero dovuto essere i francescani. Ma san Bonaventura sapeva bene che
questo ultimo grado di avvicinamento a Dio non può essere inserito in un
ordinamento giuridico, ma è sempre un dono particolare di Dio. Per questo la
struttura dell’Ordine francescano è più modesta, più realista, ma deve, però,
aiutare i membri ad avvicinarsi sempre più ad un’esistenza serafica di puro
amore. Mercoledì scorso ho parlato su questa sintesi tra realismo sobrio e
radicalità evangelica nel pensiero e nell’agire di san Bonaventura.
2. San Bonaventura, però, ha trovato negli scritti dello Preuso-Dionigi un
altro elemento, per lui ancora più importante. Mentre per sant’Agostino l’intellectus,
il vedere con la ragione ed il cuore, è l’ultima categoria della conoscenza, lo
Pseudo-Dionigi fa ancora un altro passo: nella salita verso Dio si può arrivare
ad un punto in cui la ragione non vede più. Ma nella notte dell’intelletto
l’amore vede ancora – vede quanto rimane inaccessibile per la ragione. L’amore
si estende oltre la ragione, vede di più, entra più profondamente nel mistero di
Dio. San Bonaventura fu affascinato da questa visione, che s’incontrava con la
sua spiritualità francescana. Proprio nella notte oscura della Croce
appare tutta la grandezza dell’amore divino; dove la ragione non vede più, vede
l’amore. Le parole conclusive del suo “Itinerario della mente in Dio”, ad una
lettura superficiale, possono apparire come espressione esagerata di una
devozione senza contenuto; lette, invece, alla luce della teologia della Croce
di san Bonaventura, esse sono un’espressione limpida e realistica della
spiritualità francescana: “Se ora brami sapere come ciò avvenga (cioè la salita
verso Dio), interroga la grazia, non la dottrina; il desiderio, non
l’intelletto; il gemito della preghiera, non lo studio della lettera; … non la
luce, ma il fuoco che tutto infiamma e trasporta in Dio” (VII, 6). Tutto questo
non è anti-intellettuale e non è anti-razionale: suppone il cammino della
ragione, ma lo trascende nell’amore del Cristo crocifisso. Con questa
trasformazione della mistica dello Pseudo-Dionigi, san Bonaventura si pone agli
inizi di una grande corrente mistica, che ha molto elevato e purificato la mente
umana: è un vertice nella storia dello spirito umano.
Questa teologia della Croce, nata dall’incontro tra la teologia dello
Pseudo-Dionigi e la spiritualità francescana, non ci deve far dimenticare che
san Bonaventura condivide con san Francesco d’Assisi anche l’amore per il
creato, la gioia per la bellezza della creazione di Dio. Cito su questo punto
una frase del primo capitolo dell’”Itinerario”: “Colui… che non vede gli
splendori innumerevoli delle creature, è cieco; colui che non si sveglia per le
tante voci, è sordo; colui che per tutte queste meraviglie non loda Dio, è muto;
colui che da tanti segni non si innalza al primo principio, è stolto” (I, 15).
Tutta la creazione parla ad alta voce di Dio, del Dio buono e bello; del suo
amore.
Tutta la nostra vita è quindi per san Bonaventura un “itinerario”, un
pellegrinaggio – una salita verso Dio. Ma con le nostre sole forze non possiamo
salire verso l’altezza di Dio. Dio stesso deve aiutarci, deve “tirarci” in alto.
Perciò è necessaria la preghiera. La preghiera - così dice il Santo - è la madre
e l’origine della elevazione - “sursum actio”, azione che ci porta in
alto - dice Bonaventura. Concludo perciò con la preghiera, con la quale comincia
il suo “Itinerario”: “Preghiamo dunque e diciamo al Signore Dio nostro:
‘Conducimi, Signore, nella tua via e io camminerò nella tua verità. Si rallegri
il mio cuore nel temere il tuo nome’ ” (I, 1)
© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
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