Basilica
Vaticana
Ai partecipanti al Pellegrinaggio della Fondazione Don Carlo Gnocchi
Cari fratelli e sorelle!
Sono lieto di accogliervi in questa Basilica e di rivolgere a ciascuno il mio
cordiale benvenuto. Saluto il pellegrinaggio promosso dalla Fondazione Don
Carlo Gnocchi dopo la recente beatificazione di questa luminosa figura del
clero milanese. Cari amici, ho ben presente la straordinaria attività che
dispiegate in favore dei bambini in difficoltà, dei disabili, degli anziani, dei
malati terminali e nel vasto ambito assistenziale e sanitario. Mediante i vostri
progetti di solidarietà, vi sforzate di proseguire la benemerita opera iniziata
dal beato Carlo Gnocchi, apostolo dei tempi moderni e genio della carità
cristiana, che raccogliendo le sfide del suo tempo, si dedicò con ogni premura
ai piccoli mutilati, vittime della guerra, nei quali scorgeva il volto di Dio.
Sacerdote dinamico ed entusiasta e acuto educatore, visse integralmente il
Vangelo nei differenti contesti di vita, nei quali operò con incessante zelo e
con infaticabile ardore apostolico. In questo Anno sacerdotale, ancora una volta
la Chiesa guarda a lui come a un modello da imitare. Il suo fulgido esempio
sostenga l’impegno di quanti si dedicano al servizio dei più deboli e susciti
nei sacerdoti il vivo desiderio di riscoprire e rinvigorire la consapevolezza
dello straordinario dono di Grazia che il ministero ordinato rappresenta per chi
lo ha ricevuto, per la Chiesa intera e per il mondo.
Concludiamo questo nostro incontro cantando la preghiera del Pater Noster.
Aula Paolo VI
San Bonaventura (2)
Cari fratelli e sorelle,
la scorsa settimana ho parlato
della vita e della personalità di san Bonaventura
da Bagnoregio. Questa mattina vorrei proseguirne la presentazione, soffermandomi
su una parte della sua opera letteraria e della sua dottrina.
Come già dicevo, san Bonaventura, tra i vari meriti, ha avuto quello di
interpretare autenticamente e fedelmente la figura di san Francesco d’Assisi, da
lui venerato e studiato con grande amore. In particolar modo, ai tempi di san
Bonaventura una corrente di Frati minori, detti “spirituali”, sosteneva che con
san Francesco era stata inaugurata una fase totalmente nuova della storia,
sarebbe apparso il “Vangelo eterno”, del quale parla l’Apocalisse, che
sostituiva il Nuovo Testamento. Questo gruppo affermava che la Chiesa aveva
ormai esaurito il proprio ruolo storico, e al suo posto subentrava una comunità
carismatica di uomini liberi guidati interiormente dallo Spirito, cioè i
“Francescani spirituali”. Alla base delle idee di tale gruppo vi erano gli
scritti di un abate cistercense, Gioacchino da Fiore, morto nel 1202. Nelle sue
opere, egli affermava un ritmo trinitario della storia. Considerava l’Antico
Testamento come età del Padre, seguita dal tempo del Figlio, il tempo della
Chiesa. Vi sarebbe stata ancora da aspettare la terza età, quella dello Spirito
Santo. Tutta la storia andava così interpretata come una storia di progresso:
dalla severità dell’Antico Testamento alla relativa libertà del tempo del
Figlio, nella Chiesa, fino alla piena libertà dei Figli di Dio, nel periodo
dello Spirito Santo, che sarebbe stato anche, finalmente, il periodo della pace
tra gli uomini, della riconciliazione dei popoli e delle religioni. Gioacchino
da Fiore aveva suscitato la speranza che l’inizio del nuovo tempo sarebbe venuto
da un nuovo monachesimo. Così è comprensibile che un gruppo di Francescani
pensasse di riconoscere in san Francesco d’Assisi l’iniziatore del tempo nuovo e
nel suo Ordine la comunità del periodo nuovo – la comunità del tempo dello
Spirito Santo, che lasciava dietro di sé la Chiesa gerarchica, per iniziare la
nuova Chiesa dello Spirito, non più legata alle vecchie strutture.
Vi era dunque il rischio di un gravissimo fraintendimento del messaggio
di san Francesco, della sua umile fedeltà al Vangelo e alla Chiesa, e tale
equivoco comportava una visione erronea del Cristianesimo nel suo insieme.
San Bonaventura, che nel 1257 divenne Ministro Generale dell’Ordine
Francescano, si trovò di fronte ad una grave tensione all’interno del suo stesso
Ordine a causa appunto di chi sosteneva la menzionata corrente dei “Francescani
spirituali”, che si rifaceva a Gioacchino da Fiore. Proprio per rispondere a
questo gruppo e ridare unità all’Ordine, san Bonaventura studiò con cura gli
scritti autentici di Gioacchino da Fiore e quelli a lui attribuiti e, tenendo
conto della necessità di presentare correttamente la figura e il messaggio del
suo amato san Francesco, volle esporre una giusta visione della teologia della
storia. San Bonaventura affrontò il problema proprio nell’ultima sua opera, una
raccolta di conferenze ai monaci dello studio parigino, rimasta incompiuta e
giuntaci attraverso le trascrizioni degli uditori, intitolata Hexaëmeron,
cioè una spiegazione allegorica dei sei giorni della creazione. I Padri della
Chiesa consideravano i sei o sette giorni del racconto sulla creazione come
profezia della storia del mondo, dell’umanità. I setti giorni rappresentavano
per loro sette periodi della storia, più tardi interpretati anche come sette
millenni. Con Cristo saremmo entrati nell’ultimo, cioè il sesto periodo della
storia, al quale seguirebbe poi il grande sabato di Dio. San Bonaventura suppone
questa interpretazione storica del rapporto dei giorni della creazione, ma in un
modo molto libero ed innovativo. Per lui due fenomeni del suo tempo rendono
necessaria una nuova interpretazione del corso della storia:
Il primo: la figura di san Francesco, l’uomo totalmente unito a Cristo
fino alla comunione delle stimmate, quasi un alter Christus, e con san
Francesco la nuova comunità da lui creata, diversa dal monachesimo finora
conosciuto. Questo fenomeno esigeva una nuova interpretazione, come novità di
Dio apparsa in quel momento.
Il secondo: la posizione di Gioacchino da Fiore, che annunziava un nuovo
monachesimo ed un periodo totalmente nuovo della storia, andando oltre la
rivelazione del Nuovo Testamento, esigeva una risposta.
Da Ministro Generale dell’Ordine dei Francescani, san Bonaventura aveva
visto subito che con la concezione spiritualistica, ispirata da Gioacchino da
Fiore, l’Ordine non era governabile, ma andava logicamente verso l’anarchia. Due
erano per lui le conseguenze:
La prima: la necessità pratica di strutture e di inserimento nella
realtà della Chiesa gerarchica, della Chiesa reale, aveva bisogno di un
fondamento teologico, anche perché gli altri, quelli che seguivano la concezione
spiritualista, mostravano un apparente fondamento teologico.
La seconda: pur tenendo conto del realismo necessario, non bisognava
perdere la novità della figura di san Francesco.
Come ha risposto san Bonaventura all’esigenza pratica e teorica? Della
sua risposta posso dare qui solo un riassunto molto schematico ed incompleto in
alcuni punti:
San Bonaventura respinge l’idea del ritmo trinitario della
storia. Dio è uno per tutta la storia e non si divide in tre divinità. Di
conseguenza, la storia è una, anche se è un cammino e – secondo san Bonaventura
– un cammino di progresso.
Gesù Cristo è l’ultima parola di Dio – in Lui Dio ha detto tutto,
donando e dicendo se stesso. Più che se stesso, Dio non può dire, né dare. Lo
Spirito Santo è Spirito del Padre e del Figlio. Cristo stesso dice dello Spirito
Santo: “…vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26),
“prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà” (Gv 16, 15). Quindi non
c’è un altro Vangelo più alto, non c’è un'altra Chiesa da aspettare. Perciò
anche l’Ordine di san Francesco deve inserirsi in questa Chiesa, nella sua fede,
nel suo ordinamento gerarchico.
Questo non significa che la Chiesa sia immobile, fissa nel
passato e non possa esserci novità in essa. “Opera Christi non deficiunt, sed
proficiunt”, le opere di Cristo non vanno indietro, non vengono meno, ma
progrediscono, dice il Santo nella lettera De tribus quaestionibus.
Così san Bonaventura formula esplicitamente l’idea del progresso, e questa è una
novità in confronto ai Padri della Chiesa e a gran parte dei suoi contemporanei.
Per san Bonaventura Cristo non è più, come era per i Padri della Chiesa, la
fine, ma il centro della storia; con Cristo la storia non finisce, ma comincia
un nuovo periodo. Un'altra conseguenza è la seguente: fino a quel momento
dominava l’idea che i Padri della Chiesa fossero stati il vertice assoluto della
teologia, tutte le generazioni seguenti potevano solo essere loro discepole.
Anche san Bonaventura riconosce i Padri come maestri per sempre, ma il fenomeno
di san Francesco gli dà la certezza che la ricchezza della parola di Cristo è
inesauribile e che anche nelle nuove generazioni possono apparire nuove luci.
L’unicità di Cristo garantisce anche novità e rinnovamento in tutti i periodi
della storia.
Certo, l’Ordine Francescano - così sottolinea - appartiene alla Chiesa
di Gesù Cristo, alla Chiesa apostolica e non può costruirsi in uno spiritualismo
utopico. Ma, allo stesso tempo, è valida la novità di tale Ordine nei confronti
del monachesimo classico, e san Bonaventura – come ho detto nella Catechesi
precedente – ha difeso questa novità contro gli attacchi del Clero secolare di
Parigi: i Francescani non hanno un monastero fisso, possono essere presenti
dappertutto per annunziare il Vangelo. Proprio la rottura con la stabilità,
caratteristica del monachesimo, a favore di una nuova flessibilità, restituì
alla Chiesa il dinamismo missionario.
A questo punto forse
è utile dire che anche oggi esistono visioni
secondo le quali tutta la storia della Chiesa nel secondo millennio sarebbe
stata un declino permanente; alcuni vedono il declino già subito dopo il Nuovo
Testamento. In realtà, “Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt”, le
opere di Cristo non vanno indietro, ma progrediscono. Che cosa sarebbe la Chiesa
senza la nuova spiritualità dei Cistercensi, dei Francescani e Domenicani, della
spiritualità di santa Teresa d’Avila e di san Giovanni della Croce, e così via?
Anche oggi vale questa affermazione: “Opera Christi non deficiunt, sed
proficiunt”, vanno avanti. San Bonaventura ci insegna l’insieme del
necessario discernimento, anche severo, del realismo sobrio e dell’apertura a
nuovi carismi donati da Cristo, nello Spirito Santo, alla sua Chiesa. E mentre
si ripete questa idea del declino, c’è anche l’altra idea, questo “utopismo
spiritualistico”, che si ripete. Sappiamo, infatti, come dopo il Concilio
Vaticano II alcuni erano convinti che tutto fosse nuovo, che ci fosse un’altra
Chiesa, che la Chiesa pre-conciliare fosse finita e ne avremmo avuta un’altra,
totalmente “altra”. Un utopismo anarchico! E grazie a Dio i timonieri saggi
della barca di Pietro, Papa Paolo VI e Papa Giovanni Paolo II, da una parte
hanno difeso la novità del Concilio e dall’altra, nello stesso tempo, hanno
difeso l’unicità e la continuità della Chiesa, che è sempre Chiesa di peccatori
e sempre luogo di Grazia.
In questo senso, san Bonaventura, come Ministro Generale dei
Francescani, prese una linea di governo nella quale era ben chiaro che il nuovo
Ordine non poteva, come comunità, vivere alla stessa “altezza escatologica” di
san Francesco, nel quale egli vede anticipato il mondo futuro, ma – guidato,
allo stesso tempo, da sano realismo e dal coraggio spirituale – doveva
avvicinarsi il più possibile alla realizzazione massima del Sermone della
montagna, che per san Francesco fu la regola, pur tenendo conto dei
limiti dell’uomo, segnato dal peccato originale.
Vediamo così che per san
Bonaventura governare non era semplicemente un
fare, ma era soprattutto pensare e pregare. Alla base del suo governo troviamo
sempre la preghiera e il pensiero; tutte le sue decisioni risultano dalla
riflessione, dal pensiero illuminato dalla preghiera. Il suo contatto intimo con
Cristo ha accompagnato sempre il suo lavoro di Ministro Generale e perciò ha
composto una serie di scritti teologico-mistici, che esprimono l’animo del suo
governo e manifestano l’intenzione di guidare interiormente l’Ordine, di
governare, cioè, non solo mediante comandi e strutture, ma guidando e
illuminando le anime, orientando a Cristo.
Di questi suoi scritti, che sono l’anima del suo governo e che mostrano la
strada da percorrere sia al singolo che alla comunità, vorrei menzionarne solo
uno, il suo capolavoro, l’Itinerarium mentis in Deum, che è un “manuale”
di contemplazione mistica. Questo libro fu concepito in un luogo di profonda
spiritualità: il monte della Verna, dove san Francesco aveva ricevuto le
stigmate. Nell’introduzione l’autore illustra le circostanze che diedero origine
a questo suo scritto: “Mentre meditavo sulle possibilità dell’anima di ascendere
a Dio, mi si presentò, tra l’altro, quell’evento mirabile occorso in quel luogo
al beato Francesco, cioè la visione del Serafino alato in forma di Crocifisso. E
su ciò meditando, subito mi avvidi che tale visione mi offriva l’estasi
contemplativa del medesimo padre Francesco e insieme la via che ad esso conduce”
(Itinerario della mente in Dio, Prologo, 2, in Opere di San Bonaventura.
Opuscoli Teologici /1, Roma 1993, p.
499).
Le sei ali del Serafino diventano così il simbolo di sei tappe che conducono
progressivamente l’uomo dalla conoscenza di Dio attraverso l’osservazione del
mondo e delle creature e attraverso l’esplorazione dell’anima stessa con le sue
facoltà, fino all’unione appagante con la Trinità per mezzo di Cristo, a
imitazione di san Francesco d’Assisi. Le
ultime parole dell’Itinerarium di san Bonaventura, che rispondono alla
domanda su come si possa raggiungere questa comunione mistica con Dio,
andrebbero fatte scendere nel profondo del cuore: “Se ora brami sapere come ciò
avvenga, (la comunione mistica con Dio) interroga la grazia, non la dottrina; il
desiderio, non l’intelletto; il gemito della preghiera, non lo studio della
lettera; lo sposo, non il maestro; Dio, non l’uomo; la caligine, non la
chiarezza; non la luce, ma il fuoco che tutto infiamma e trasporta in Dio con le
forti unzioni e gli ardentissimi affetti ... Entriamo dunque nella caligine,
tacitiamo gli affanni, le passioni e i fantasmi; passiamo con Cristo
Crocifisso da questo mondo al Padre, affinché, dopo averlo visto, diciamo
con Filippo: ciò mi basta” (ibid., VII, 6).
Cari amici, accogliamo l’invito rivoltoci da san Bonaventura, il Dottore
Serafico, e mettiamoci alla scuola del Maestro divino: ascoltiamo la sua Parola
di vita e di verità, che risuona nell’intimo della nostra anima. Purifichiamo i
nostri pensieri e le nostre azioni, affinché Egli possa abitare in noi, e noi
possiamo intendere la sua Voce divina, che ci attrae verso la vera felicità.
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