Cari fratelli e sorelle,
con la celebrazione dei Primi Vespri della solennità dei santi apostoli Pietro e
Paolo nella Basilica di san Paolo fuori le Mura si è chiuso, come sapete il 28 giugno,
l’Anno Paolino, a ricordo del secondo millennio della nascita dell’Apostolo
delle genti. Rendiamo grazie al Signore per i frutti spirituali, che questa
importante iniziativa ha apportato in tante comunità cristiane. Quale
preziosa eredità dell’Anno Paolino, possiamo raccogliere l’invito dell’Apostolo
ad approfondire la conoscenza del mistero di Cristo, perché sia Lui il cuore e
il centro della nostra esistenza personale e comunitaria. E’ questa infatti la
condizione indispensabile per un vero rinnovamento spirituale ed ecclesiale.
Come ebbi a sottolineare già durante la prima Celebrazione eucaristica nella
Cappella Sistina dopo la mia elezione a successore dell’apostolo Pietro, è
proprio dalla piena comunione con Cristo che “scaturisce ogni altro elemento
della vita della Chiesa, in primo luogo la comunione tra tutti i fedeli,
l’impegno di annuncio e di testimonianza del Vangelo, l’ardore della carità
verso tutti, specialmente verso i poveri e i piccoli” (cfr Insegnamenti,
I, 2005, pp. 8-13). Ciò vale in primo luogo per i sacerdoti. Per questo,
ringraziamo la Provvidenza di Dio che ci offre la possibilità adesso di celebrare l’Anno Sacerdotale. Auspico di cuore che esso costituisca per ogni sacerdote
un’opportunità di rinnovamento interiore e, conseguentemente, di saldo
rinvigorimento nell’impegno per la propria missione.
Come durante l’Anno Paolino nostro riferimento costante è stato san Paolo, così
nei prossimi mesi guarderemo in primo luogo a san Giovanni Maria Vianney, il
santo Curato d’Ars, ricordandone il 150° anniversario della morte. Nella lettera
che per questa occasione ho scritto ai sacerdoti, ho voluto sottolineare quel
che maggiormente risplende nell’esistenza di questo umile ministro dell’altare:
“la sua totale identificazione col proprio ministero”. Egli amava dire che “un
buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il
buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della
misericordia divina”. E, quasi non riuscendo a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una povera creatura umana, sospirava: “Oh
come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli
obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua
voce e si rinchiude in una piccola ostia”.
In verità, proprio considerando il binomio “identità-missione”, ciascun sacerdote può meglio avvertire la
necessità di quella progressiva immedesimazione con Cristo che gli garantisce la
fedeltà e la fecondità della testimonianza evangelica. Lo stesso titolo
dell’Anno Sacerdotale - Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote -
evidenzia che il dono della grazia divina precede ogni possibile umana risposta
e realizzazione pastorale, e così, nella vita del sacerdote, annuncio
missionario e culto non sono mai separabili, come non vanno mai separati
identità ontologico-sacramentale e missione evangelizzatrice. Del resto il fine
della missione di ogni presbitero, potremmo dire, è “cultuale”: perché tutti gli
uomini possano offrirsi a Dio come ostia viva, santa e a lui gradita (cfr Rm 12,1), che nella creazione stessa, negli uomini diventa culto, lode del
Creatore, ricevendone quella carità che sono chiamati a dispensare
abbondantemente gli uni agli altri. Lo avvertivano chiaramente negli inizi del
cristianesimo. San Giovanni Crisostomo diceva, ad esempio, che il
sacramento dell’altare e il “sacramento del fratello” o, come
dice, “sacramento del povero”
costituiscono due aspetti dello stesso mistero. L’amore per il prossimo,
l’attenzione alla giustizia e ai poveri non sono soltanto temi di una morale
sociale, quanto piuttosto espressione di una concezione sacramentale della
moralità cristiana, perché, attraverso il ministero dei presbiteri, si compie il
sacrificio spirituale di tutti i fedeli, in unione con quello di Cristo, unico
Mediatore: sacrificio che i presbiteri offrono in modo incruento e sacramentale
in attesa della nuova venuta del Signore. Questa è la principale dimensione,
essenzialmente missionaria e dinamica, dell’identità e del ministero
sacerdotale: attraverso l’annuncio del Vangelo essi generano la fede in coloro
che ancora non credono, perché possano unire al sacrificio di Cristo il loro
sacrificio, che si traduce in amore per Dio e per il prossimo.
Cari fratelli e sorelle, a fronte di tante incertezze e stanchezze anche
nell’esercizio del ministero sacerdotale, è urgente il recupero di un giudizio
chiaro ed inequivocabile sul primato assoluto della grazia divina, ricordando
quanto scrive san Tommaso d’Aquino: “Il più piccolo dono della grazia supera il
bene naturale di tutto l’universo” (Summa Theologiae, I-II, q. 113, a. 9, ad 2). La missione di ogni singolo presbitero dipenderà,
pertanto, anche e soprattutto dalla consapevolezza della realtà sacramentale del
suo “nuovo essere”. Dalla certezza della propria identità, non artificialmente
costruita ma gratuitamente e divinamente donata ed accolta,
dipende il sempre rinnovato entusiasmo del sacerdote per la missione. Anche per i
presbiteri vale quanto ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est:
“All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea,
bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo
orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (n. 1).
Avendo ricevuto un così straordinario dono di grazia con la loro
“consacrazione”, i presbiteri diventano testimoni permanenti del loro incontro
con Cristo. Partendo proprio da questa interiore consapevolezza, essi possono
svolgere appieno la loro “missione”, mediante l'annuncio della Parola e
l'amministrazione dei Sacramenti. Dopo il Concilio Vaticano II, si è prodotta
qua e là l'impressione che nella missione dei sacerdoti in questo nostro tempo,
ci fosse qualcosa di più urgente; alcuni pensavano che si dovesse in primo luogo
costruire una diversa società. La pagina evangelica, che abbiamo ascoltata
all’inizio, sta invece a richiamare i due elementi essenziali del ministero
sacerdotale. Gesù invia, in quel tempo e oggi, gli Apostoli ad annunciare il Vangelo e dà ad essi il
potere di cacciare gli spiriti cattivi. “Annuncio” e “potere”, cioè “parola” e
“sacramento” sono pertanto le due fondamentali colonne del servizio sacerdotale,
al di là delle sue possibili molteplici configurazioni.
Quando non si tiene conto del “dittico” consacrazione-missione, diventa
veramente difficile comprendere l’identità del presbitero e del suo ministero
nella Chiesa. Chi è infatti il presbitero, se non un uomo convertito e rinnovato
dallo Spirito, che vive del rapporto personale con Cristo, facendone
costantemente propri i criteri evangelici? Chi è il presbitero se non un uomo di
unità e di verità, consapevole dei propri limiti e, nel contempo, della
straordinaria grandezza della vocazione ricevuta, quella cioè di concorrere a
dilatare il Regno di Dio fino agli estremi confini della terra? Sì! Il sacerdote
è un uomo tutto del Signore, poiché è Dio stesso a chiamarlo ed a costituirlo
nel suo servizio apostolico. E proprio essendo tutto del Signore, è tutto degli
uomini, per gli uomini. Durante questo Anno Sacerdotale, che si protrarrà
fino alla prossima solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, preghiamo per tutti
i sacerdoti. Si moltiplichino nelle diocesi, nelle parrocchie, nelle comunità
religiose specialmente quelle monastiche, nelle associazioni e nei movimenti,
nelle varie aggregazioni pastorali presenti in tutto il mondo, iniziative di
preghiera e, in particolare, di adorazione eucaristica, per la santificazione
del clero e le vocazioni sacerdotali, rispondendo all’invito di Gesù a pregare
“il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe” (Mt 9,38).
La preghiera è il primo impegno, la vera via di santificazione dei sacerdoti, e
l’anima dell’autentica “pastorale vocazionale”. La scarsità numerica di
ordinazioni sacerdotali in taluni Paesi non solo non deve scoraggiare, ma deve
spingere a moltiplicare gli spazi di silenzio e di ascolto della Parola, a
curare meglio la direzione spirituale e il sacramento della confessione, perché
la voce di Dio, che sempre continua a chiamare e a confermare, possa essere
ascoltata e prontamente seguita da tanti giovani. Chi prega non ha paura; chi
prega non è mai solo; chi prega si salva! Modello di un’esistenza fatta
preghiera è senz’altro san Giovanni Maria Vianney. Maria, la Madre della Chiesa,
aiuti tutti i sacerdoti a seguirne l’esempio per essere, come lui, testimoni di
Cristo e apostoli del Vangelo.
© Copyright 2009 - Libreria
Editrice Vaticana
|