menu di Comunione e liberazione
cosa è cl cl nel mondo rivista Tracce immagini e video libri e musica mailing list archivio link scrivi inglese spagnolo home page
Tracce n. 4, aprile 2008
Il Papa all’Onu


Nel cuore
dell’Impero

Dal 15 al 20 aprile, Benedetto XVI sarà negli Stati Uniti. Tra i momenti più importanti della visita, il discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Sarà un’occasione per parlare al mondo intero di vita, libertà e diritti negati. Ma soprattutto per affermare una Presenza

di Riccardo Piol


«Quando chiedo un’udienza in Vaticano non vado a vedere il re della Città del Vaticano, ma il capo della Chiesa cattolica». Per quanto possa suonare scontata, questa affermazione di Dag Hammarskjöld, segretario generale dell’Onu dal 1953 al 1961, aiuta a cogliere il carattere particolare della presenza della Santa Sede all’interno delle Nazioni Unite e degli altri organismi internazionali cui partecipano nunzi e osservatori vaticani. Al Palazzo di vetro di New York, al Consiglio d’Europa di Strasburgo o all’Osce di Vienna i rappresentanti della Santa Sede svolgono una funzione che il cardinale Jean-Louis Tauran, in una lectio magistralis del 2002 (quando era ancora il ministro degli Esteri vaticano), chiariva in questi termini: «Il soggetto che entra in contatto con gli attori della vita internazionale non è né la Chiesa cattolica come comunità dei credenti, né lo Stato della Città del Vaticano - minuscolo stato-supporto che assicura con un minimo di territorio la libertà spirituale del Papa -, bensì la Santa Sede, cioè il Papa e la Curia Romana, autorità spirituale e universale, centro unico di comunione; un soggetto sovrano di diritto internazionale; di carattere religioso e morale».

Universali per storia e vocazione
La Santa Sede è l’unica istituzione confessionale al mondo a intrattenere relazioni diplomatiche e a essere titolare di un vero statuto internazionale. Le ragioni di questa unicità si possono ben comprendere se si considera il carattere transnazionale proprio della Chiesa cattolica - universale per definizione -, se si pensa alla dimensione internazionale del suo capo - il Papa è eletto da un conclave mondiale per esercitare un governo a sua volta mondiale -, ma soprattutto se si guarda la storia. Perché la Chiesa ha iniziato a esercitare la sua attività diplomatica internazionale molto prima della nascita dell’Onu, prima ancora che esistessero le nazioni o che il Pontefice vantasse un potere temporale. Ha iniziato nel 453, quando papa san Leone Magno inviò un suo legato, con tanto di lettere credenziali, al patriarca Marciano e all’imperatore Teodosio. Un nunzio apostolico ante litteram, tale Giuliano de Cos: il primo di una serie ininterrotta di diplomatici pontifici, espressione dell’attenzione del Papa verso le comunità locali e della piena cittadinanza della Santa Sede nella comunità internazionale.
La Santa Sede oggi intrattiene relazioni diplomatiche con 176 Paesi, pochi meno dei 192 che partecipano come membri all’Assemblea generale dell’Onu. A chi vorrebbe estrometterla dal Palazzo di vetro o ridurla al rango di Ong - ultimo caso, un articolo dell’Economist dell’anno scorso - basterebbe rispondere con questi numeri. Che la Santa Sede sia riconosciuta dalla comunità internazionale come autorità morale sui generis è un dato di fatto. Siede alle Nazioni Unite dal 6 aprile 1964 con lo status di «osservatore permanente», partecipa cioè all’Assemblea generale con diritto di parola e di replica, ma non di voto. E nel 2004 queste sue prerogative sono state confermate e accresciute con una nuova risoluzione dell’Onu, la 58/314. Negli anni a rappresentarla nel più grande organismo multilaterale del pianeta si sono succeduti quattro suoi diplomatici e, se si considera la prossima visita di Benedetto XVI, tre sono i Pontefici che hanno preso la parola davanti all’Assemblea generale riunita, uno di loro in ben due occasioni.

«Testimone della dignità dell’uomo»
Il primo Pontefice a intervenire al Palazzo di vetro è stato Paolo VI, il 4 ottobre 1965. A Roma si stava concludendo il Concilio Vaticano II e il Papa, una volta rientrato in Vaticano, relazionò ai padri conciliari del «viaggio che abbiamo compiuto oltre Oceano». La necessità di una pace duratura dopo le guerre mondiali e la speranza che l’Onu potesse davvero rivelarsi lo strumento adeguato a costruire la convivenza dei popoli animarono quel primo incontro tra il Pontefice e gli allora 117 Paesi membri. Poi fu la volta di Giovanni Paolo II. A nemmeno un anno dalla sua elezione al soglio pontificio, il Papa polacco visitò il Palazzo di vetro il 2 ottobre 1979. Erano passati solo 14 anni dalla visita di Montini, ma il mondo era già cambiato: c’erano la guerra fredda, la corsa agli armamenti e i timori sempre vivi di un conflitto nucleare. Anche in quella occasione il Pontefice rivolse il suo appello per la pace alle nazioni e ai popoli. Anche allora il successore di Pietro si rivolse a quella che chiamò «la famiglia delle nazioni», certo della missione profetica che gli era stata affidata. E lo stesso fece il 4 ottobre del 1995, nella sua seconda visita all’Onu: invitò tutti ad andare «oltre la paura», a costruire «la civiltà dell’amore»: il suo fu un reiterato appello alla libertà dell’uomo. E il mondo era ancora un’altro: era caduto il comunismo, una sempre più profonda divisione separava i Paesi ricchi dal cosiddetto Terzo mondo. Giovanni Paolo II invocò il coraggio di «costruire nel secolo che sta per giungere e per il prossimo millennio una civiltà degna della persona umana, una vera cultura della libertà».
Il 18 aprile, alle 10.45, un altro Pontefice è atteso al Palazzo di vetro. Nell’ultimo decennio l’impegno della Santa Sede all’Onu è stato chiamato a nuovi campi di azione: basti pensare alla difesa della vita e della famiglia. Alle disuguaglianze denunciate un tempo se ne sono aggiunte di nuove. Nuovi sono gli scenari mondiali. Mentre non è più una novità la sfiducia verso un organismo che si è dimostrato troppe volte incapace di scongiurare guerre e genocidi. Ma le Nazioni Unite, volenti o nolenti, non sono qualcosa di diverso dal mondo che rappresentano.
A quelle 192 delegazioni che trovano posto nel parlamento più rappresentativo della storia, Benedetto XVI rivolgerà il suo discorso. L’affermazione della dignità della persona, la difesa della vita in tutto il suo svolgimento, la libertà di religione e l’importanza del dialogo tra realtà e culture diverse, il dovere di adoperarsi per assicurare cure, alimentazione ed educazione a chi non ne ha, l’importanza di un impegno di tutti per sostenere la libertà dell’uomo e costruire il bene comune. Sono tanti i temi su cui la Santa Sede si spende da sempre e che il Papa potrà rilanciare. Di certo, come già i suoi predecessori, Benedetto XVI si rivolgerà attraverso l’Onu al mondo intero. Ma prima di ogni parola e appello, la sua sagoma bianca, la sua sola presenza in mezzo a chi dovrebbe decidere sulle vicende del mondo, ricorderà quanto Giovanni Paolo II disse nel 1995: «Sono qui davanti a voi come un testimone: un testimone della dignità dell’uomo, un testimone di speranza, un testimone della convinzione che il destino di ogni nazione riposa nelle mani di una misericordiosa Provvidenza».

Ricerca avanzata

@ webmaster / @ redazione link