Il senso dell’evento lo ha percepito bene la Casa Bianca, che, nell’annunciare la visita insolita di un Papa nello Studio ovale, ha fatto sapere che il presidente George W. Bush avrebbe proseguito con Benedetto XVI il dialogo avviato da qualche tempo «sull’importanza di fede e ragione nel raggiungere obiettivi condivisi».
Il tema-chiave della prima visita americana del Santo Padre, dal 15 al 20 aprile, in fondo è in buona parte in quelle due parole: fede e ragione. E in ciò che rende ragionevole la speranza dei cristiani anche di fronte alle difficoltà che accompagnano i temi al centro dell’agenda del colloquio di Washington tra il Papa e il Presidente americano: dai tormenti del Medio Oriente al dialogo interreligioso, dalla tutela dei diritti umani alla difesa delle libertà religiose. “Cristo Nostra Speranza” è il titolo che il Vaticano e la Conferenza dei vescovi americani hanno dato ai cinque intensi giorni di attività di Benedetto XVI tra Washington e New York.
Parole senza equivoci e attese sottotono
Fede, ragione, speranza, Cristo. Parole che dovrebbero esser senza equivoci per i cattolici. Eppure proprio tra gli intellettuali del mondo cattolico americano, di fronte all’evento di un Papa che arriva per renderle quotidiane, l’attesa della visita è apparsa non di rado caratterizzata dall’incapacità di comprenderne il significato. Tra gli appuntamenti più importanti del calendario papale, per esempio, è stato inserito un incontro alla Catholic University di Washington con oltre 200 leader di istituzioni educative cattoliche di tutto il Paese. Un momento per il Papa di confrontarsi con loro sulle sfide della cultura moderna e su cosa significhi educare. Un’occasione unica, per docenti e presidi di università e istituti nati dalla tradizione cattolica. Eppure, a leggere i loro commenti in attesa dell’arrivo di Benedetto XVI, raccolti e rilanciati soprattutto dal Washington Post, sembrava che tutto il problema fosse il timore delle “bacchettate” dottrinali del Papa, la paura di difendere il proprio orticello teologico, il presunto pericolo di sconfessioni o scomuniche.
Conservatori o liberal, molti protagonisti del mondo cattolico si sono distinti, in attesa del Papa, nel dare la sensazione che ciò che sta loro a cuore o tutto ciò che a loro avviso Benedetto XVI ha da dire, sia una faccenda di disciplina. Che si tratti di aborto o di matrimoni, di teologia o di ricerca scientifica, è sembrato che il Papa si apprestasse a portare solo una serie di regole a uso dei candidati alla Casa Bianca, degli elettori e di chi ha il pallino delle “cose cattoliche”. Come se Regensburg, il mancato discorso alla Sapienza, due encicliche e tre anni di magistero di Benedetto XVI non avessero proposto qualcosa di più interessante da approfondire, anche sui giornali.
Dialogo aperto
A dare un tono diverso sono stati invece la gente comune e - un po’ a sorpresa - la Casa Bianca. I collaboratori del presidente Bush per mesi si sono impegnati in un dialogo con il Vaticano nel quale le ragioni della Santa Sede su temi come il futuro del Medio Oriente, la questione di Gerusalemme o la sorte dei cristiani in Iraq, sono state ascoltate assai di più di quanto Washington fece nel 2002-2003, quando ignorò gli appelli di Giovanni Paolo II a evitare l’attacco a Baghdad. Il dialogo aperto dalla visita di Bush a Benedetto XVI nel giugno 2007 è andato avanti nei mesi successivi. E un riconoscimento importante all’intensa attività sotterranea è stata proprio la nota ufficiale con la quale la Casa Bianca ha annunciato l’arrivo del Santo Padre, con la sottolineatura su «fede e ragione», inconsueta per il linguaggio formale della presidenza americana.
Quanto alla gente, la caccia che per mesi si è scatenata in tutta America alle “poche” decine di migliaia di biglietti (gratuiti) disponibili per le due Messe nel programma papale è stata uno dei segni dell’affetto con cui gli americani hanno atteso l’arrivo di Pietro tra loro.
Gli Usa hanno preparato un’agenda ricca per il Papa. A Washington, prima tappa del viaggio, Benedetto XVI è atteso tra l’altro a celebrare il proprio 81mo compleanno alla Casa Bianca il 16 aprile. Il giorno prima, al suo arrivo dall’Italia, il programma ha previsto che ad attenderlo nella base aerea militare di Andrews ci sia il presidente Bush con la moglie Laura. All’aereo papale dell’Alitalia, ribattezzato per l’occasione Shepherd One (shepherd in inglese significa “pastore”), è stato riservato un posto vicino all’hangar che ospita ad Andrews il celebre Air Force One presidenziale. A Washington, oltre alle tappe alla Casa Bianca e alla Catholic University, per Benedetto XVI sono stati organizzati un incontro con i leader di varie confessioni religiose al John Paul II Cultural Center - il museo-centro studi voluto dallo stesso papa Wojtyla - e una Messa al nuovissimo Nationals Park, lo stadio del baseball che praticamente sarà inaugurato dal Pontefice. A New York, dal 18 al 20 aprile, il Papa ha programmato il discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, una visita a Ground Zero e una Messa finale nel tempio del baseball americano, lo Yankee Stadium.
Un grande esperimento storico
Un assaggio dei messaggi che Benedetto XVI ha preparato per l’America l’ha dato il Papa stesso il 29 febbraio scorso, accogliendo in Vaticano la nuova ambasciatrice degli Usa presso la Santa Sede, Mary Ann Glendon. «Lo storico apprezzamento del popolo americano - ha detto il Santo Padre all’ambasciatrice - per il ruolo della religione nel forgiare il dibattito pubblico e nell’illuminare l’intrinseca dimensione morale delle questioni sociali, un ruolo a volte contestato in nome di una comprensione limitata della vita politica e del dibattito pubblico, si riflette negli sforzi di così tanti suoi concittadini e responsabili di governo per garantire la tutela legale del dono divino della vita dal concepimento alla morte naturale e la salvaguardia dell’istituzione del matrimonio, riconosciuto come unione stabile tra un uomo e una donna, e quella della famiglia».
Per il Papa, la visita americana è un ritorno in un Paese per il quale ha sempre provato una particolare attrazione e dove si è recato spesso quando ancora era il cardinale Joseph Ratzinger. Nel mandare, attraverso l’ambasciatrice Glendon, un saluto al popolo americano, Benedetto XVI ha ribadito alcuni dei motivi del suo interesse per il grande esperimento storico degli Stati Uniti. «Dall’alba della Repubblica - ha detto - l’America è stata una nazione che apprezza il ruolo del credo religioso nel garantire un ordine democratico vibrante ed eticamente sano. L’esempio di una nazione che riunisce persone di buona volontà, indipendentemente dalla razza, dalla nazionalità o dal credo, in una visione condivisa e in una ricerca disciplinata del bene comune, ha incoraggiato molte nazioni più giovani nei loro sforzi tesi a creare un ordine sociale armonioso, libero e giusto». |