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Lo scrittore Chaim Potok è morto il 22 luglio.
Lo ricordiamo riproponendo l'editoriale di Tracce, pubblicato in occasione della visita dello scrittore al Meeting di Rimini del 1999
e alcuni articoli comparsi su Tracce in questi anni

In una cena il segreto del Meeting

  Qual è il segreto del Meeting?
Quest'anno, dopo la XX edizione, la domanda è ancora più urgente e forte.
Se lo sono chiesto i tantissimi visitatori (il 30% in più dello scorso anno), i molti ospiti anche di rilievo internazionale intervenuti, gli osservatori dei mass-media.
Girando per gli incontri, le mostre e i saloni della Fiera di Rimini (o per le pagine che qui abbiamo dedicato) la domanda non sembra trovare risposta esauriente. Si eccita ulteriormente, si approfondisce.
Tra i tanti fotogrammi di una settimana intensissima è difficile sceglierne uno che indichi sinteticamente una risposta possibile.
Ma c'è stato un episodio, apparentemente piccolo e privato in mezzo a incontri ed eventi di rilevanza internazionale sul piano culturale, sociale e politico.
Durante una sera del Meeting, alcuni amici italiani e americani si sono trovati a cena con lo scrittore americano Chaim Potok, a Rimini per la conferenza d'apertura.
A tavola si è parlato di tante cose, delle sue conoscenze letterarie e, prendendo spunto dalle sue radici ebraiche, si è discusso della concezione dell'uomo e del suo rapporto con Dio così come emerge nella poesia dei Salmi. A un certo punto Potok ha recitato in lingua originale e secondo il tipico ritmo alcuni versetti del Salmo 8: "O Signore, che cos'è l'uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell'uomo perché te ne curi?".
Poi, grazie al sound di alcuni americani, a una voce spagnola e all'affiatamento degli italiani si è cantato a lungo, da Granada a Povera voce. Anche i coniugi Potok hanno offerto, in fine di serata, l'interpretazione di un canto ebraico.
Meeting vuol dire "incontro".
Il segreto non è un discorso, una teoria infallibile, uno schema da proiettare sulla realtà per una ricercata egemonia che dia sicurezza.
Il segreto è una proposta di incontro con una esperienza umana che può abbracciare e sostenere ogni umanità che, impegnandosi nel reale, avverte timore e tremore di stupore e commozione per la presenza del Mistero nella vita.
Questi incontri sono il segreto che fa resistere un popolo, e che lo fa crescere contro ogni sistema di potere e contro la continua e subdola riduzione della vita a vano gioco.
Tutto il valore del Meeting è quello di essere un'esperienza offerta all'alba del nuovo millennio, come testimonianza di uomini che l'attrattiva esercitata dall'ebreo Gesù di Nazareth ha reso protagonisti della grande avventura delle apparenze, si tratti della pace in Kosovo o dell'educazione dei figli. Di questo il Papa è testimone indomito lungo il succedersi dei giorni.
Per questo il titolo del prossimo Meeting, che si svolgerà a Rimini dal 20 al 26 agosto, è: "2000 anni, un ideale senza fine".

L'infinito nel quotidiano
L'incontro d'apertura della settimana riminese. Albacete, Horowitz e Potok a confronto sull'esperienza personale del rapporto col Mistero. Sintesi degli interventi
Lorenzo Albacete
  La ragione per cui vediamo un conflitto fra Mistero e universalità è che confondiamo il Mistero con 1'ignoto. Perciò ci sentiamo minacciati dalla nozione di un Assoluto, di Trascendenza, di Eternità perché sospettiamo che il nostro limite di creature legate allo spazio, al tempo e alla storia non possa sopravvivere a un incontro con tale Assoluto. In tal modo cerchiamo di ridurre il Mistero alle nostre dimensioni; di ridurre 1'esperienza religiosa a qualcosa che possiamo controllare. Così facciamo della nostra capacità di controllo la misura di tutta la realtà. (...)
Io accetto completamente la pretesa ebraica di essere il popolo eletto, e tuttavia non vi trovo alcuna minaccia alla mia propria esperienza religiosa. Com'è possibile? Deve essere perché il Mistero da cui proviene l'elezione degli ebrei è lo stesso Mistero all'origine della mia esistenza e identità, e in quanto tale non è 1'ignoto che genera paura, ma il Mistero che genera stupore.
Cosa si può sapere di questo Mistero, diverso da tutto ciò che è "ignoto", il cui intervento nella storia particolarizza nel momento stesso in cui universalizza? Con quali categorie saremo capaci di comprendere la presenza di questo Mistero all'interno della storia, una presenza singola e concreta dentro la storia del Mistero che giace al di là e all'origine di tutte le storie?
Questo problema ci riguarda tutti, ebrei e cristiani. Nel primo caso, la presenza del Mistero nella storia è 1'esistenza e la vita di un popolo concreto; quello eletto. Nel nostro caso, la presenza del Mistero nella storia sarebbe un singolo uomo che, nondimeno, può essere ora incontrato solo attraverso la vita di un popolo concreto. E se è così, qual è il rapporto tra questi due popoli?
Queste domande sono affascinanti e non possiamo nemmeno sperare di tentare una risposta ora. Tuttavia, vorrei ricapitolare per voi il punto di vista di un uomo, un filosofo appartenente al popolo generato originalmente dalla presenza del Mistero nella storia, la presenza originale da cui fluisce la seconda. Sto parlando del filosofo ebreo Emmanuel Levinas.
Levinas pone il problema della presenza del Mistero nella storia nei termini seguenti: "Come possiamo affermare la comunicazione fra i due ordini di fronte a un universo in cui tutto è Dio, in cui tutto è mondo? Come è possibile lo stravagante movimento verso Dio senza minare 1'unità dell'ordine che lo rende possibile, come una lotta interplanetaria?". (...)
La risposta di Levinas è 1'umiltà. Queste sono le sue parole: "L'umiltà disturba assolutamente, non è del mondo. Umiltà e povertà sono un portare all'interno dell'essere un modo ontologico e non uno stato sociale. Presentarsi in questa povertà di esilio significa interrompere la coerenza dell'universo. La forza della verità trascendente sta nella sua umiltà". Ovviamente questa è una parola molto semplice del pensiero molto complesso di Levinas, che include anche il concetto di traccia e volto così vicino al pensiero di don Giussani. Nondimeno il pensiero di Levinas non è lo stesso, poiché fra lui e don Giussani c'è lo scandalo della singolarità dell'identificazione assoluta di un singolo uomo con il Mistero. Il punto, tuttavia, è che per entrambi l'intervento del Mistero nella storia, un intervento che è allo stesso tempo concreto e particolare, chiede a noi di non identificare il Mistero con il radicalmente ignoto opposto alla capacità di conoscenza dell'uomo. Il Mistero è aperto alla nostra conoscenza, ma non a una conoscenza razionalistica, è aperto a una conoscenza attraverso lo stupore che risponde a un'iniziativa del Mistero stesso, stupore davanti alla sua umiltà, questo stupore genera un giudizio che rappresenta l'atto più alto e più sublime della ragione che abbraccia il Mistero in un'adorazione amante.
David Horowitz
Recentemente qualcuno mi ha dato un libro intitolato 14.000 cose di cui essere felici. Apparentemente era una lista infinita di cose ed esperienze come mele rosse, buona musica, passeggiate tra i boschi. Ne ho letto diverse pagine, aspettandomi per lo meno di sentirmi più felice. Poi ho riflettuto sul titolo: veramente l'autore pensava che tutte quelle normali fonti di piacere potessero rendermi più felice? Ho chiuso il libro. Chi era che si stava rivolgendo a me? Ho concluso che probabilmente si trattava di una persona moderna, che credeva che alla felicità si potesse avere accesso come a un sito sul World Wide Web. L'autore sembrava credere che io potessi propendere all'infelicità e quindi avessi bisogno che mi fosse ricordato quanto fosse bello il mondo. A questo punto anch'io, essendo una persona moderna, sarei stato felice. Mi chiedo se questa fosse veramente l'intenzione dell'autore, nient'altro, e se non esistesse un significato più profondo del mondo o della felicità. Ma, dopo aver riconosciuto la realtà delle piccole cose menzionate nel libro e la loro possibilità di darci piacere, rimaneva comunque lo stesso pensiero: ci deve essere ben altro.
Don Giussani ha scritto: "La grandezza dell'uomo, l'onore e la gloria dell'uomo, dipendono dal fatto che quest'uomo è in rapporto con l'infinito". (...)
Non posso sottrarmi all'impressione che il desiderio dell'uomo per l'infinito, e quindi il mio stesso desiderio per l'infinito, sia in qualche modo la chiave per la mia ricerca personale della felicità nelle sue componenti di pace, amore, impegno e rapporto con il prossimo. Per lo meno sono certo che l'assenza di queste componenti è l'infelicità e quando penso alla felicità mi sento spinto verso l'infinito.
La storia dell'umanità può essere vista come una lotta continua e sfaccettata al fine di comprendere e definire la natura di questo Essere che esiste al di là del reame dei nostri sensi fisici, una lotta per integrare la sua esistenza nel tessuto delle nostre vite quotidiane. Alla luce di tutte le prove culturali a noi disponibili, si potrebbe concludere che fa parte della nostra natura di esseri umani, e ne è proprio il nucleo stesso, cercare un significato che noi chiamiamo Dio, l'Infinito. Noi siamo creature dell'infinito, noi stessi abitiamo l'infinito e l'infinito a sua volta abita in noi.
Questa percezione intuitiva di un potere misterioso nell'universo viene espressa in modo molto elegante da Rilke nel suo poema L'autunno. La vista delle foglie cadute suggerisce alla mente del poeta un'immagine della terra che cade da tutte le altre stelle in solitudine. "Stiamo tutti cadendo - scrive Rilke - e tuttavia - conclude - c'è qualcuno le cui mani infinitamente calme arrestano questa caduta". (...)
Chaim Potok
Per quanto concerne l'infinito, o il trascendente, tre sono le cose che vorrei dirvi: innanzitutto è che non posso parlarne, sono pochissime le persone che sono state in grado di parlarne con credibilità, che sono state in grado di descrivere esperienze con Dio, che descrivono Dio, l'infinito o il trascendente. Ciò di cui possiamo parlare è il rapporto fra Dio e l'essere umano, è questo l'aspetto di cui possiamo parlare, questo rapporto è un dato di fatto. Se potessi parlare di Dio, significherebbe che io sono Dio, mentre non lo sono: sono un essere umano.
Questo era il primo punto che volevo menzionare, in secondo luogo devo dire che nessuno, assolutamente nessuno ha il monopolio dell'esperienza con Dio, nessuno. La terza cosa che voglio dire è che negare la possibilità di quest'esperienza di Dio, equivale a negare uno degli elementi fondamentali della nostra natura umana. Sono uno scrittore, uno scrittore di storie, e come scrittore vorrei raccontarvi di alcune esperienze, di quelli che sono stati i miei incontri con ciò che noi chiamiamo l'infinito o il trascendente. (...)
Quale cittadino degli Stati Uniti sono stato ufficiale nell'esercito americano in Asia per sedici mesi, e quando ero in Giappone una volta vidi un uomo anziano, con una lunga barba bianca, con un libro di preghiere, che pregava davanti a un idolo; era pienamente assorbito dall'atto della preghiera, ogni fibra del suo essere lo era; ho guardato quell'uomo, e nella mia mente è sorta l'immagine di un anziano in preghiera nella sinagoga in cui sono cresciuto, della notte di Young Kippur, la notte più santa di tutta la religione ebraica, sono stato completamente sopraffatto da quella preghiera, e attraverso quella preghiera, in quel momento, sono entrato in contatto con quello che noi oggi chiamiamo l'infinito, il trascendente. (...)
Anni fa stavo conducendo una ricerca, per il terzo libro che ho scritto, Il mio nome è Asher Lev. A Firenze ho visto la Pietà di Michelangelo, non dimenticherò mai quell'esperienza: ho visto delle fotografie della Pietà, ma avvicinarmi a quella pietra, e vederla come viva, con l'agonia di quella madre, con quella drammaticità incredibile nella vostra storia, è stata ancora una volta un'esperienza che mi ha completamente sopraffatto, e questo è stato un contatto con il trascendente, del quale ho scritto nel romanzo. (...)
Giancarlo Cesana
Io ho presente una frase che mister Potok riporta nel suo libro introduttivamente a La scelta di Reuven che dice: "Se tu non risponderai a noi, noi non saremo più il tuo popolo". Questo Infinito non può essere misurato dall'uomo, ma deve riempire la sua ragione e la sua libertà, altrimenti non serve veramente a nulla, sarebbe come essere stati fatti male. E certamente in questa ricerca ciascuno parte dalla sua tradizione; è l'unico modo. Però proprio perché io parto dalla mia, non posso tacere - seppure con grandissimo pudore, e senza pretendere di insegnare o convertire nessuno - l'aspetto più misterioso, almeno per me, di questo Infinito, o l'evento più misterioso, che si chiama Gesù Cristo; un uomo che lega l'infinito alla storia di altri uomini, e che, in fondo, congiunge storie così diverse. Comunque, io spero che l'incontro di oggi aiuti ciascuno di noi a sentire tanto quanto è la dignità di cui siamo chiamati, quanto il pudore di ritenere di poter definire ciò che pur essendo più grande di noi è dentro la nostra vita.

Il mio nome è Chaim Potok
Lo scrittore americano a un incontro del Centro Culturale di Milano. Nei suoi libri, tra i più letti al mondo, la grande tradizione ebraica al centro delle vicende dei protagonisti
di LUCA DONINELLI
  Chaim Potok è considerato da molti il maggior romanziere vivente: un'affermazione senza alcun valore, s'intende, ma che, a ogni buon conto, viene ripetuta a proposito di altri due, tre scrittori, non di più. Tra i suoi romanzi più belli e celebri (editi in Italia da Garzanti) ricordiamo Danny l'eletto (da cui è stato tratto il film Gli eletti con Rod Steiger), L'arpa di Davita, La scelta di Reuven, Il mio nome è Asher Lev - un'opera, quest'ultima, con la quale lo scrittore newyorkese si è fatto conoscere non solo per le sue straordinarie doti di narratore, ma per il suo grande coraggio e la sua libertà intellettuale - due indubbi deterrenti per la conquista di un Premio Nobel che gli spetterebbe da parecchi anni.
Il Centro Culturale di Milano ha organizzato, lo scorso 14 settembre, un incontro con Chaim Potok sul tema "Modernità e tradizione, esperienza e fede": quattro parole che condensano i temi della sua narrativa, e che rappresentano al tempo stesso i cardini della nostra preoccupazione educativa e culturale. Nessuno si aspettava un consenso così ampio: nella grande sala di via Sant'Antonio, cinquecento posti a sedere, c'erano seicentosettanta persone. In prima fila, molti rappresentanti della comunità ebraica di Milano, tra cui il rabbino capo, professor Giuseppe Laras. Ma per la stragrande maggioranza si trattava di semplici lettori, venuti lì a titolo personale. Il grande, spontaneo applauso che l'ha accolto al suo ingresso è stato una testimonianza eloquente dell'affetto da cui era circondato.
Non solo legge
Erede naturale di quello che è stato il totem della letteratura ebraica di questo secolo, Isaac Bashevis Singer, Potok è il più biblico tra gli scrittori ebrei. La sua opera ci testimonia l'assoluta concretezza della spiritualità ebraica, la sua capacità di confronto leale e drammatico con l'uomo di oggi. Al professor De Benedetti, che lo rimproverava perché nei suoi libri si parlava molto di torà (la legge ebraica) e poco di Dio, ha risposto: «No, non sono d'accordo che Dio non ci sia nei miei libri. Dio è tanto presente in essi che i loro personaggi non si preoccupano di parlarne, non se ne curano se non nei momenti di profonda crisi. Come in Danny l'eletto, quando il protagonista invoca direttamente Dio dopo aver appreso degli orrori dell'Olocausto. L'unico momento in cui si parla molto di Dio è, insomma, quando Dio diventa un problema. Quando viene messo in dubbio. Soltanto quando la cristianità incontrò Aristotele tutti cominciarono a parlare di Dio. Ma gli ebrei religiosi non parlano di Dio: parlano con Dio, combattono contro Dio. E vivono il verbo di Dio».
Proprio per questa sua profondità veterotestamentaria, Potok è - come notava Marco Bona Castellotti alla fine dell'incontro - «più vicino che mai alle radici del popolo cristiano».
I crocefissi di Asher
Ne Il mio nome è Asher Lev questa vicinanza, non ideologica ma storica, è evidente. Siamo negli anni Cinquanta. Asher Lev è il figlio unico di uno dei notabili della comunità chassidica di New York. Suo padre si occupa del delicato problema degli ebrei perseguitati dal regime sovietico. Ancora piccolo, vede sua madre ammalarsi di uno strano male, forse di origine nervosa, dopo la tragica morte del fratello di lei, impegnato come il marito a girare il mondo per la causa ebraica. Contemporaneamente a questi fatti, sorge in Asher, potentissima, la vocazione alla pittura, per la quale comincia a trascurare gli studi, anche quelli religiosi. Il padre cerca (come farebbe ogni buon padre) di ostacolare questa sua strana "deviazione", ma alla fine si deve arrendere. Asher Lev sarà dunque pittore. Gira il mondo, diviene un artista affermato, ma proprio a questo punto suo padre deve subire una nuova vergogna: Asher Lev comincia a dipingere crocefissi...
Chi scrive questa storia è un uomo che vive fino in fondo, senza tentennamenti, la propria fede di ebreo. Una fede che è costata, nei secoli, dolore e sangue. Sempre guardati con sospetto dalle nazioni occidentali, gli ebrei hanno dovuto subire a più riprese l'odioso ricatto: o annullarsi, confondersi con la società (specie in epoca moderna), o vivere ai suoi margini.
Vite vissute
Di fronte a una storia così, c'è chi stringe i ranghi. È l'atteggiamento di molti ebrei, ma non della cultura ebraica come tale.
«La realtà - dice Potok - è che ognuno di noi cresce in un piccolo mondo proprio, particolare. Apprendiamo il sistema dei valori di questo mondo. Nell'epoca premoderna questo era tutto ciò che noi avevamo imparato. Si nasceva, si viveva e si moriva all'interno del proprio piccolo mondo particolare. Non si incontrava mai uno straniero in tutta la propria esistenza, e la maggior parte non si spingeva a più di venticinque miglia dal posto in cui era nato. Anche oggi tutti noi nasciamo e cresciamo in un mondo particolare: una famiglia, il vicinato, una tradizione terrena o una tradizione religiosa. Nessuno di noi nasce solo. Tutti nasciamo dentro un rapporto, impariamo i valori all'interno di questi rapporti, però molto presto nelle nostre esistenze cominciamo a conoscere altri modi di vivere l'esistenza. Una strana famiglia si trasferisce nelle vicinanze, e facciamo amicizia con i bambini; accendiamo il televisore; andiamo a scuola... Il mondo è pieno di esempi di vite vissute in modo diverso da come viviamo e ci fu insegnato nel nostro piccolo mondo particolare. Noi, dunque, incontriamo queste altre realtà diverse dalla nostra in una grande varietà di modi. Io scrivo di persone che sono nate e cresciute all'interno, nel cuore di uno di questi mondi particolari, eppure ricevo lettere da tutte le parti, siano essi eschimesi piuttosto che cinesi: la dinamica è la stessa...».
Da Agostino a Freud
Una dinamica che Potok definisce «cultura generale»: quella cultura di cui fanno parte tutti i libri che conosciamo anche senza averli letti - da Agostino a Voltaire, da Dostoevskij a Freud - e che fa da sottofondo a tutte le nostre diversità.
Ma forse, prima ancora di questo, c'è quello che la Bibbia chiama "cuore". È il primo nome di quella dinamica, prima di Freud e di Dostoevskij: la capacità di riconoscere sé dentro l'altro, e di scoprire nelle parole di un altro qualcosa che ci riguarda. Per questo tanti tra noi amano Potok. La dinamica è la stessa. Così umana che proprio in questo modo un pugno di ebrei incontrò l'ebreo Gesù di Nazareth e si affezionò a lui.
Potok non è cristiano. Anzi. Ma la sua identità culturale è così nettamente scolpita nei suoi bellissimi romanzi da consentire una possibilità di incontro e di dialogo che non lascia adito a compromessi, ma solo a un reale rapporto.

La chiamata. E la risposta
Conversazione con il padre di Danny l’eletto e Il mio nome è Asher Lev in occasione del premio Grinzane Cavour. Parlando di Abramo, appartenenza e amicizia con lo scrittore e rabbino americano
a cura di LUCA DONINELLI E CAMILLO FORNASIERI
  Per un narratore che cerchi di essere serio con quello che fa, incontrare Chaim Potok è qualcosa di speciale. Non solo e non tanto perché è uno dei più grandi narratori al mondo, quanto per l’idea di giustizia che percorre le sue parole, sia che parli della propria infanzia, sia che spieghi il proprio modo di scrivere, sia che discorra di Abramo. Ce ne si accorge immediatamente, non appena comincia a raccontare di sé. Siamo andati a trovarlo a Torino, dove Potok si trova per ricevere il premio Grinzane Cavour.
«Divenni scrittore a sedici anni, a causa della lettura di due libri cattolici», dice. E alla domanda sull’origine del proprio interesse per i cattolici (che ha ispirato Il mio nome è Asher Lev, suo capolavoro “maledetto”), risponde con semplicità: «Mio padre era amico di un cattolico, che lavorava in una bottega accanto alla sua. Mio padre era gioielliere, mentre quell’uomo faceva il calzolaio. Era di origine italiana, e cantava sempre, soprattutto romanze d’opera, e a mio padre piaceva moltissimo. Tutto nasce da lì. Chiamatelo caso, chiamatela volontà di Dio. Io non ho idea del perché mi sia accaduto questo, però è accaduto. E io ho approfittato dell’occasione, senza voltarle le spalle».
In una sfumatura così c’è tutto un uomo, e un artista. Non tutti gli ebrei sono come lui, non tutti i cristiani.
Come si può spiegare a un uomo di oggi ciò che accadde ad Abramo?
È una domanda molto difficile. Abramo abbandonò una vita piacevole per un’altra vita che non conosceva, e senza sapere se quello che ne avrebbe avuto sarebbe stato positivo o negativo per lui. C’era in lui, dunque, una non-conoscenza, ma c’era anche questa forza interiore che lo portava ad accettare la sfida che gli era stata lanciata. Poco fa, chiacchierando, lei mi ha detto che ciò che accadde ad Abramo non era mai accaduto nella storia, che si tratta di una novità assoluta. Ebbene, questo non è vero. Anche Noè ricevette la visita di Dio. Abramo, piuttosto, fu particolarmente ricettivo, pronto a raccogliere la sfida. Perché proprio lui fosse così, resta un mistero.
Don Giussani ha detto che la differenza fra Abramo e gli altri uomini del suo tempo è la stessa che c’è fra l’io e il non io.
Questa espressione di autoconsapevolezza pone l’accento sull’interiorità, e quindi sull’uomo, piuttosto che sulla coscienza di qualcosa, o qualcuno, che chiama da fuori, ossia su Dio. È vero, però, che l’autocoscienza dell’uomo sorge, prende forma da una chiamata, da un rapporto privilegiato con qualcosa che sta fuori. Tuttavia è fondamentale la risposta che l’uomo dà. Devono esserci entrambe le componenti, la chiamata e la risposta. Da principio, Noè ebbe un rapporto privilegiato con Dio, eppure finì come un ubriacone. Viceversa, Abramo fu ricettivo, e da quel rapporto nacque un popolo, una storia. Questa differenza riassume, secondo me, l’intera storia dell’umanità. C’è chi si ubriaca, e c’è chi è presente davanti a Dio, fino a lottare, a combattere con Lui, come fa Giacobbe, che lotta con Dio perché vuole essere benedetto.
Che ruolo gioca la virtù dell’appartenenza per la maturità della persona?
Innanzitutto è necessario appartenere a una comunità, che possa partecipare a tutto ciò che tu fai…
Scusi. Ha detto che è la comunità che partecipa alla vita della persona. Ma non è l’individuo che partecipa alla vita della comunità?
No, ho detto bene. La comunità dev’essere dentro tutta la vita di un uomo. Specialmente nella gioia, nella sofferenza, ossia nei momenti più importanti, decisivi, quando sembra prevalere la tendenza a chiudersi in se stessi. Non sto negando questo secondo aspetto. Dico solo che per la maturità della persona ci vogliono tutti e due, e che devono essere sempre presenti. Il problema dell’uomo moderno è la solitudine. E il tentativo di uscirne è fonte di grande sofferenza. Tolto il senso dell’appartenenza, è rimasta la cosiddetta massificazione, l’uomo-massa, ossia la solitudine più totale… E non so come andrà a finire…
E l’amicizia?
L’amicizia nasce dalla comunità, è un frutto della comunità. Quando nasce una vera amicizia tra due, tre, quattro persone, è un dono grandissimo, che non sai dove ti può portare.
L’amicizia è però qualcosa che è dentro di noi. Ci sono romanzi ammirevoli, ma che non ispirano amicizia. Leggendo i suoi, viceversa, vien voglia di conoscere lei e i suoi personaggi. L’amicizia si trasmette, dunque, anche attraverso la scrittura?
Vede, una delle ragioni che mi hanno sempre spinto a raccontare storie è il bisogno di dire la verità, quella con la “V” maiuscola. La verità sul mondo che avevo conosciuto, e nel quale io vivevo e vivo. Io cerco di comunicare personaggi ed eventi nella loro interezza, senza tralasciare nulla, nemmeno i particolari più piccoli e in apparenza insignificanti sia del mondo esteriore, sia della vita interiore dei personaggi. Questo favorisce, aiuta la capacità del lettore di entrare in contatto con i personaggi del libro, fino a sentirsi egli stesso parte del libro. E rende anche più facile, perciò, il rapporto del lettore con la persona dell’autore, ossia con me.
Per fare questo non basta certo possedere la tecnica narrativa, come si pensa oggi.
Ci vuole una grande, grande passione per l’essere umano.
Per concludere: un giovane lettore che volesse incontrare la sua opera, da quale romanzo dovrebbe cominciare?
Da Danny l’eletto, senza dubbio. In seguito potrebbe leggere il ciclo di Asher Lev. Sto cominciando proprio ora a scrivere il terzo volume.
La commozione che proviamo alla fine della nostra conversazione si riassume tutta nel consiglio a leggere i libri di Potok: non solo Danny l’eletto o Il mio nome è Asher Lev, ma anche La scelta di Reuwen, L’arpa di Davita, oppure l’ultimo uscito in Italia (tutti presso Garzanti), In principio. Pochi al mondo sanno scrivere come lui, ma nessuno!, nessuno ha la sua umanità, la sua mancanza di pregiudizi. Non a caso siamo amici. Come dimostra il segno che la sua presenza al Meeting del ’99 ha lasciato in noi. E come, forse, anche quello che noi abbiamo lasciato in lui.

Raccontare il Mistero
Intervista esclusiva a Chaim Potok, uno dei massimi scrittori contemporanei. La radice ebraica dello scrivere, il bisogno di realtà e l'educazione in America
A CURA DI MAURIZIO MANISCALCO
  Parlare con Chaim Potok è abbastanza impegnativo. Anzitutto Potok è uno scrittore famosissimo. Molti suoi libri (Danny l'eletto, L'arpa di Davita, quelli su Asher Lev) sono praticamente passaggi obbligati per tutti gli studenti americani.
Potok è anche una persona molto impegnata, che lavora molto e il lavoro dello scrivere è un dio geloso.
Infine Mr. Chaim incute una certa soggezione al solo vederlo, con la sua aria paterna, ma sempre pensosa, lo sguardo penetrante e la voce che sembra venire da lontano.Un po' come ci siamo immaginati quelle figure di padre da lui descritte in maniera così profonda e sofferta nei suoi racconti.
Quando io e la mia famiglia arrivammo a New York, Lee Road, nel cuore del quartiere ebreo ortodosso di Williamsburgh, fu una delle prime tappe obbligate. È, infatti, lì che ruota il mondo di Danny Saunders, l'eletto dell'omonimo libro di Potok.
Eravamo rimasti così affascinati dalla lettura di quei libri che "bisognava andare a vedere". Quello che non avrei immaginato è che di lì a qualche anno l'avrei incontrato di persona, ci avrei cenato insieme, chiacchierato al telefono. Ma ci sono tante cose che uno non si immagina neanche. Qualche giorno fa ho pensato di intervistarlo e gliel'ho chiesto. Ero abbastanza a disagio. È vero che ci eravamo conosciuti, è vero che - tra le tante cose - quella cena a Pesaro resterà nella memoria di entrambi, ma io non sono neppure un giornalista, mentre lui è uno scrittore vero.
Comunque prendo il telefono e chiamo: "Mr. Chaim, come sta? Disturbo?". "Sto bene, grazie. Lei come sta? Sì, disturba, ma dica pure". Mi sarei volentieri fermato lì. Non l'ho fatto per due motivi. Anzitutto perché disturbavo davvero e in secondo luogo perché avevo negli occhi l'immagine di quella sera di fine agosto in Italia.
"Volevo chiederle di intervistarla per Tracce", gli dico. "Per Tracce accetto".
Ecco quel che ci siamo detti.
Perché scrivere? Mi ricordo che mi ha raccontato che da ragazzino amava disegnare, ma suo padre non era molto contento della cosa. Disegnare non è esattamente una cosa che un ragazzino ebreo ortodosso dovrebbe fare. Ma siccome in qualche modo aveva bisogno di esprimersi, cominciò a scrivere. Ma perché scrivere ancora?
Scrivo perché durante la mia adolescenza mi capitò di leggere libri che mi influenzarono tantissimo e che mi insegnarono a creare mondi dalla mia immaginazione.
Questo è quel che cerco di fare: tento di creare mondi, dare significato a mondi usando parole che vengono dalla mia immaginazione.
Qual è la scintilla? E una volta che ha iniziato, qual è la forza che la conduce attraverso tutto il processo dello scrivere?
Questo è molto difficile da descrivere. Non penso sia mai stato descritto prima. Quella volontà, quella fame di dare in qualche modo forma… c'è dentro un mistero…
E questo mistero la accompagna sempre quando scrive?
Le cose possono farsi veramente difficili, e questo significa che devi rifletterci, allontanartene per un po'…
Questo è quanto è successo anche con i suoi libri più famosi?
No, tutti i libri son venuti fuori senza interruzioni, come un flusso continuo.
Personaggi come Danny Saunders ed Asher Lev sono alla ricerca di un compimento, ma sembra non esserci abbastanza spazio per loro dentro la comunità.
La maggior parte degli esseri umani si trova a nascere in una comunità.
Tutti noi cerchiamo il compimento della nostra autentica individualità, del nostro io.
Ciò significa che ogni individualità è differente dalle altre all'interno della comunità.
Così ci saranno tensioni. Il padre è invariabilmente visto come la figura rappresentativa dei valori, e guida della comunità. Il Rabbino, se si tratta di comunità religiosa, è la figura ultima dell'autorità nella comunità stessa. Ti troverai in conflitto con tuo padre, con il tuo Rabbino, con i tuoi insegnanti mentre cerchi di darti voce, mentre cerchi di porre il tuo io. Ma se le figure autorevoli ti sono simpatetiche, e se sei fortunato, allora potrai farcela. Avere la tua voce e rimanere nella comunità.
Il Rabbino aiuta Asher Lev perché spera di preservare la fedeltà di Asher verso la comunità, mentre, al tempo stesso, Asher segue le sue mete come artista.
E il Rabbino ci riesce fino al momento in cui Asher dipinge le crocefissioni.
Altrimenti sono guai… e può essere che tu debba lasciare la comunità.
Succede?
Oh, sì. Entrambe le cose. Restare e lasciare.
È successo anche a lei? È passato anche lei attraverso qualcosa di simile?
È successo anche a me quando ho lasciato il mio mondo fondamentalista per andare verso un altra comprensione della tradizione ebraica.
Che cosa l'ha portata a questa diversa comprensione?
Il rendermi conto che non avrei potuto scrivere con sincerità e rimanere dentro una comprensione fondamentalista e letterale della tradizione ebraica.
Lei è anche professore universitario. Perché?
Insegno una materia completamente secolare alla University of Pennsylvania, Pensiero moderno e postmoderno, e insegno perché ho bisogno di stare in rapporto con il mondo esterno. Scrivere è un'occupazione molto solitaria e puoi dimenticarti che fuori dallo studio dove stai a scrivere c'è un mondo che pulsa. Così, per riportarmi nel mondo, specialmente nel mondo dei giovani, insegno.
È il suo legame con il mondo reale?
Sì, è così.
Durante una delle nostre chiacchierate in Italia lei si definì ebreo e americano. Cosa significa essere americano?
Per me essere americano è partecipare alla vita politica, essere consapevole di quel che mi succede attorno, partecipare di e a questa comunità, insegnare. In generale far le cose che fai e che ti permettono di partecipare alla vita della comunità democratica. Negli Stati Uniti la questione è anche se il Paese è veramente uno o tanti, dove il Paese stia andando... tutti parliamo di queste cose al giorno d'oggi.
Lei è americano, insegna. Il problema educativo recentemente è balzato al centro della ribalta a causa di alcuni drammatici eventi, come le sparatorie nelle scuole. Cosa si è sbagliato? Cosa manca?
C'è molta meno violenza oggi nelle scuole di quanta ce n'era una decina di anni fa.
Quel che sta accadendo è che il sistema scolastico della periferia americana, il sistema scolastico di "quelli che stan bene" si trova dentro ogni genere di persone, e talvolta le cose vanno semplicemente storte… ma io sono preoccupato del problema dell'insegnamento dei valori nelle scuole, e come questo avvenga. Le scuole sono sempre più attente a questo e stanno cominciando ad affrontare il problema di come comunicare valori senza necessariamente inculcare questa o quella religione. Questo sta diventando un argomento di primaria importanza nel dibattito sull'educazione negli Stati Uniti. Certo, non c'è dubbio che il problema c'è. Non c'è dubbio che la cultura con la quale i ragazzini si trovano a confrontarsi è essenzialmente una cultura che non propone valori positivi. In larga misura è violenza. Sto parlando di cultura in senso lato: cinema, televisione, videogames. La gran parte è violenta, erotica. E poi il fatto che entrambe i genitori al giorno d'oggi debbano lavorare significa una minor cura dei figli, meno sguardo posato sui figli che crescono. Così si genera ogni tipo di problema nella società, specialmente tra gli adolescenti. Le sparatorie delle scuole hanno portato il nostro sguardo sul problema e ci sono tante persone che a questo problema si stanno dedicando.
La mancanza di paternità e maternità è parte del problema?
Sì, lo sono in grande misura, perché i genitori sono tutti preoccupati e presi dalle loro carriere e doppi lavori. Tutti sembrano schiacciati da valori che si contraddicono, tutti cercano un qualche equilibrio. Ed è veramente difficile.
Allora, da che cosa si può ripartire?
Anzitutto dobbiamo riconoscere che c'è un problema. Credo che un generale riconoscimento del fatto che il problema c'è porterà alla fine a qualche soluzione.
Le voglio chiedere qualcosa della sua esperienza estiva in Italia. Il Meeting di Rimini, la gente che ha incontrato…
Ho trovato una grande apertura, una grande ricettività ad idee altre, una grande accoglienza, profondamente religiosa. Ma religiosa con calore e accettazione delle altre religioni. Al Meeting erano tutti ben consapevoli del fatto che io fossi con tutto me stesso un ebreo credente, ma erano desiderosi di ascoltarmi.
Sorpreso?
No. Lo percepii e lo capii da quel che sentii dire a questa gente quando mi invitarono. Altrimenti non sarei venuto. Ma il calore e la profondità dell'apertura mi hanno reso felice. È stato gratificante.
E, certo, tornerei.

E così ci salutiamo, mentre ho ancora negli occhi quella serata di fine agosto: Mr. Chaim che si alza mentre cantiamo il canone ebraico "Com'è dolce, com'è bello che i fratelli stiano insieme". Socchiude gli occhi, poi, con il canto che incalza, li spalanca, si alza dalla sedia e comincia a muovere le mani come a rappresentare un fiume che scorre, seguendo l'onda della melodia. Non so cosa gli passasse per la mente e francamente non ho avuto il coraggio di chiederglielo. Forse si sentiva bambino nella sua comunità Hassidim, forse era solo esteticamente rapito, forse si chiedeva chi fossimo veramente. Io pensavo a queste cose, e alla nostra vita negli Usa.
E pensavo a tutto quello che il don Gius ci sta dicendo sugli ebrei.
Che è il compimento di una storia di cui qui a New York viviamo un primo albore.