 
01/03/2005 |
Tracce
pp. 24 ss
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Duomo di Milano
Più padre di mai. Serviamo il dono dell'unità
Julián Carrón
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Più padre di mai. Serviamo il dono dell’unità
Intervento di don Julián Carrón al termine della celebrazione funebre
Il 30 maggio 1998 in piazza san Pietro don Giussani davanti a Giovanni Paolo II
diceva: «Per me la grazia di Gesù… è diventata l’esperienza
di una fede dalla quale… ho visto succedere il formarsi di un popolo, in
nome di Cristo». Ecco qui, oggi, il popolo che è nato dalla esperienza
di fede di don Giussani. Questo fatto, questo popolo, parla meglio di qualsiasi
commento dell’opera compiuta da Dio attraverso di lui.
Per questo noi tutti siamo oggi qui a esprimere il nostro dolore per la sua scomparsa,
a gridare davanti a tutti la nostra gratitudine per la sua vita. L’importanza
della sua persona per ognuno di noi è tanto grande quanto il dolore che
oggi sperimentiamo. Carissimo don Giussani, amico, ti portiamo con noi, nella
nostra memoria per tutta la vita! La febbre di vita che abbiamo sperimentato accanto
a te non riusciremo mai a dimenticarla. Il tuo sguardo non potrà mai scomparire
dai nostri occhi. Quello sguardo attraverso cui ci siamo sentiti guardati da Gesù.
Sì, perché è proprio Lui, Gesù, a dar forma allo sguardo
con cui ci siamo sentiti guardati da te.
A contatto con la sua esperienza di fede noi abbiamo visto accadere in noi, stupiti,
qualcosa d’inimmaginabile se pur segretamente desiderata. La stessa vibrazione
umana che percorre il Vangelo la abbiamo sorpresa anche in noi. Siamo stati costretti
ad arrenderci ad una novità che nessuno poteva immaginare prima e, come
i discepoli, tante volte ci siamo sorpresi a dire: «Non abbiamo visto mai
nulla di simile!» (Mc 2,12). Così abbiamo imparato dall’esperienza
cos’è il cristianesimo: un avvenimento. L’avvenimento di un
incontro che dà una pienezza all’umano, una densità al tempo,
una intensità ai rapporti, una capacità d’iniziativa e di
costruzione sconosciuta altrove. Sì, è proprio vero: noi abbiamo
incontrato Gesù e abbiamo fatto e facciamo l’esperienza del centuplo
quaggiù. Proprio per questo don Giussani ha sempre voluto scommettere tutto
sulla nostra libertà.
E così che lui ci ha insegnato a conoscere e amare Gesù. Non semplicemente
con un discorso, ma comunicandolo attraverso la sua esperienza, invitandoci a
condividerla per verificare la sua pretesa. Cristo è diventato per noi
ogni volta più affascinante, la Presenza più cara e ci siamo trovati,
ognuno di noi, a ripetere: «Pur vivendo nella carne, vivo nella fede del
Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). È
così che lui ci ha generato in Cristo.
Proprio una generazione, una paternità! Per questo noi non riusciremo più
a vivere il rapporto con Gesù, a far memoria di Lui, consistenza di tutta
la realtà, senza pensare a don Giussani. Adesso più di prima. Lo
penseremo per sempre accanto a Lui, a Gesù, quando ci alzeremo al mattino,
andremo a lavorare, vedremo il tramonto o ci rapporteremo alla moglie, al marito
o agli amici. La nostra fede in Gesù è stata ed è plasmata
dalla presenza di don Giussani, dal suo sguardo, dal suo impeto di vita.
Una fede che esalta la ragione dell’uomo, che la concepisce come sua pienezza,
che fiorisce gratuitamente al culmine della ragione. Una fede che, nell’obbedienza
alla Chiesa, diventa sguardo e giudizio nuovo sul mondo, affezione più
vera al destino dell’uomo, prossimo o estraneo che sia. Apertura a ogni
seme di verità, impeto di comunicazione nello struggimento che tutti conoscano
Cristo.
«Che cosa è l’uomo perché di lui ti ricordi?»
(Sal 8). Che una creatura tanto fragile come un uomo per il suo “Sì”
a Cristo possa diventare così decisiva per migliaia di persone in tutto
il mondo non può che sorprendere! A tanti questo metodo può apparire
sconcertante. Che il senso della vita, dei rapporti più significativi,
del tempo e dello spazio, della creatività e del riposo passi e si comunichi
attraverso la carne, qualcosa che muore, risulta certamente scandaloso ai sapienti
di questo mondo.
È invece un segno della misericordia infinita del Padre che per farsi conoscere
e accettare dall’uomo e così salvarlo, suscita per la forza vivificante
dello Spirito una preferenza, un carisma, così potentemente affascinante
da ottenere la adesione a Cristo. Questo è il realizzarsi più capillare
del metodo dell’Incarnazione. Solo il Mistero diventato presenza affettivamente
attraente può dare all’uomo la chiarezza e l’energia affettiva
adeguata per accoglierlo.
Questo metodo implica il rinnovarsi dello stupore davanti all’iniziativa
d’un altro. Per questo, come ci ha insegnato sempre don Giussani, la nostra
è una compagnia guidata al destino dentro al grande alveo della vita della
Chiesa. L’unità tra di noi è il dono più prezioso che
nasce dall’accogliere questa iniziativa. Chiedo la grazia, per la responsabilità
affidatami da don Giussani, di poter servire questo dono dell’unità.
Sono certo che se siamo semplici nel seguire, sentiremo don Giussani più
padre di mai.
Affidiamo alla Madonna, «sicurezza della nostra speranza», la nostra
storia. Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam.
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